di Giuseppe Gagliano –
L’attacco aereo contro due scuole nello Stato di Rakhine, che ha ucciso almeno 18 studenti, segna un nuovo picco di brutalità nella guerra civile che devasta il Myanmar dal golpe del 2021. Colpire obiettivi civili non è solo un atto di violenza indiscriminata: è un messaggio politico e militare del Tatmadaw, l’esercito birmano, che intende piegare le aree ribelli e dissuadere la popolazione dal sostenere i movimenti di resistenza.
Il ricorso sistematico ai bombardamenti aerei rappresenta oggi l’arma principale del regime per compensare la perdita di controllo sul terreno. La città di Kyauktaw, caduta nelle mani dell’Esercito Arakan nel 2024, è diventata un nodo strategico: il regime non riesce a riconquistarla con le truppe di terra e quindi punta a logorare il fronte avversario colpendo infrastrutture, vie di comunicazione e, sempre più spesso, la popolazione civile. Questo tipo di guerra aerea ricorda le campagne di contro-insurrezione più dure del XX secolo, quando l’obiettivo era spezzare il legame tra guerriglia e popolazione.
L’esercito Arakan è oggi una delle forze ribelli più forti e organizzate. Ha conquistato 14 delle 17 township del Rakhine e dispone di strutture politiche, logistiche e militari autonome. Per il Tatmadaw, lasciare che questa realtà si consolidi significherebbe di fatto accettare la nascita di un’entità semi-indipendente, una prospettiva inaccettabile in un Paese dove l’esercito si considera custode dell’unità nazionale. La scelta di colpire scuole e dormitori, quindi, non è casuale: mira a terrorizzare e indebolire le basi di consenso dell’Arakan Army, costringendo le famiglie a fuggire e privando i ribelli del sostegno sociale.
La regione del Rakhine ha un’importanza geopolitica che va oltre i confini birmani. È qui che corre il corridoio energetico Cina-Myanmar, con oleodotti e gasdotti che collegano il porto di Kyaukpyu allo Yunnan, un asset strategico per Pechino che vuole ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca. L’instabilità cronica dell’area, con combattimenti sempre più vicini alle infrastrutture energetiche, preoccupa la Cina, che è il principale partner del regime ma che ha anche interesse a garantire continuità ai propri progetti economici. L’assenza di una reazione forte da parte di Pechino e Mosca mostra però che l’equilibrio geopolitico privilegia, almeno per ora, la sopravvivenza del governo militare, considerato più affidabile di un futuro incerto dominato dalle etnie armate.
La guerra ha portato il Myanmar a un tracollo economico: moneta in caduta, fuga di capitali, crollo delle esportazioni di gas e di giada, isolamento internazionale. Ogni attacco aereo significa risorse sottratte a una popolazione già allo stremo, ma il Tatmadaw sembra disposto a sacrificare la stabilità economica pur di mantenere il potere. Questa strategia rischia però di produrre l’effetto opposto: alimentare nuove rivolte, destabilizzare ulteriormente il Paese e aprire spazi a ingerenze esterne, dalle potenze regionali all’India che teme rifugiati e infiltrazioni armate sul suo confine Nord-Est.
La condanna dell’UNICEF non basta a cambiare l’equilibrio di forze. Senza pressioni efficaci, cioè sanzioni mirate, embargo sulle armi, mediazioni serie, il Myanmar rischia di ripetere il copione del 2017, quando l’offensiva contro i Rohingya provocò un esodo di 740mila persone verso il Bangladesh. L’escalation attuale potrebbe portare a una nuova crisi umanitaria di vasta scala, con conseguenze destabilizzanti per tutta la regione.












