di Giuseppe Gagliano –
Nel cuore dell’Asia sudorientale, dove montagne impervie e confini porosi disegnano linee di frattura etniche e politiche, il conflitto del Myanmar sembrava ormai avviato verso un lento logoramento della giunta. Le avanzate dei gruppi ribelli, la perdita di centri strategici e la crisi di legittimità del generalissimo Min Aung Hlaing avevano fatto pensare a un progressivo collasso del potere centrale. Eppure, negli ultimi mesi, le carte si sono rimescolate con una velocità inattesa. La giunta ha recuperato terreno, ristabilito corridoi vitali e rimesso mano a una strategia basata su tre pilastri: coscrizione obbligatoria, riorganizzazione operativa e appoggio internazionale.
La leva forzata, introdotta già tra il 2023 e il 2024, era stata accolta da molti analisti come il segnale di una disperazione crescente del regime. Si temevano diserzioni, rivolte interne, un rifiuto generale della popolazione. È accaduto il contrario. Tra ottobre e novembre, il Tatmadaw ha arruolato migliaia di nuove reclute e messo in piedi almeno 17 nuovi gruppi armati formati da giovani, molti provenienti da famiglie povere o costretti con la forza, ma sorprendentemente fedeli alla causa della giunta. In un Paese dove la sopravvivenza quotidiana conta più delle ideologie, lo stipendio e il senso di appartenenza alle strutture militari hanno prevalso. Lo scenario si è ribaltato: mentre le Forze di difesa popolare democratiche e le organizzazioni etniche ribelli faticano a mantenere continuità e rifornimenti, la giunta ha trovato nuova linfa per inondare i fronti.
Colpito duramente nelle regioni di Shan e Rakhine, il Tatmadaw ha smesso di rincorrere i ribelli in azioni disordinate e ha ripensato l’intero dispositivo. Ha concentrato forze e mezzi lungo nodi logistici essenziali, in particolare le grandi arterie che collegano il Paese da Est a Ovest. La riconquista della città di Thin Gan Nyi Naung e di una parte dell’autostrada principale asiatica, che collega Yangon, Mandalay e Myitkyina al confine thailandese, è stata decisiva. Riprendere queste vie significa ripristinare rifornimenti, isolare i territori ribelli e dare un segnale politico: il cuore infrastrutturale del Myanmar rimane sotto controllo militare.
Senza l’appoggio di Russia e Cina, la controffensiva non avrebbe avuto questo impatto. Nonostante le pressioni internazionali, Mosca ha fornito elicotteri Mi-38T e Pechino aerei da trasporto Y-8, mezzi ideali per operazioni in zone montuose dove si nascondono i gruppi ribelli. Per la Russia, il Myanmar diventa anche un banco di prova: è il primo cliente a ricevere l’elicottero Mi-38T, simbolo della capacità militare russa di espandersi oltre la propria sfera regionale. Per la Cina, invece, sostenere la giunta significa preoccuparsi più della stabilità dei confini e dei propri interessi economici che delle pressioni occidentali. Entrambe rafforzano un regime che usa la potenza aerea come strumento per spezzare l’accerchiamento delle minoranze ribelli.
Lo scontro in Myanmar non è solo una guerra civile: è una partita continentale. La Cina tutela le rotte commerciali che attraversano lo Stato di Shan, fondamentali per la sua presenza economica nella regione. La Russia cerca nuovi interlocutori militari nel Sud del mondo mentre subisce l’isolamento occidentale. L’India osserva con inquietudine, temendo che la rinascita del Tatmadaw rafforzi l’influenza cinese sul fianco orientale del subcontinente. Per l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico, incapace di esercitare una vera mediazione, il rischio è vedere il Myanmar trasformarsi in una zona di confronto permanente tra potenze rivali, con ripercussioni sulle rotte energetiche e sui corridoi infrastrutturali che attraversano la regione.
La rinascita del Tatmadaw non è il frutto di un improvviso slancio patriottico né di una riunificazione del Paese. È il risultato di una leva forzata portata al limite, di nuove tattiche adattate a un contesto complesso e dell’appoggio di due giganti asiatici che hanno scelto di mantenere al potere la giunta per i propri interessi strategici. Il Myanmar rimane un mosaico fragile, ma la giunta ha dimostrato di possedere ancora la capacità – e la volontà – di ribaltare le sorti della guerra. La domanda ora è quanto a lungo potrà reggere un equilibrio costruito sulla coercizione interna e sul sostegno esterno.




