di Giuseppe Gagliano –

Per la prima volta nel Sud-Est asiatico, il leader della giunta birmana Min Aung Hlaing si trova di fronte a un’iniziativa giudiziaria che potrebbe scalfire la sua immunità. La denuncia per genocidio presentata in Indonesia segna un passaggio politico rilevante: il capo del regime, divenuto presidente attraverso elezioni prive di credibilità, non è più al riparo da pressioni legali nella regione.

L’azione avviata a Jakarta va oltre il piano simbolico. L’accettazione del caso da parte della magistratura indonesiana, basata sul principio della giurisdizione universale, trasforma la crisi dei Rohingya da emergenza umanitaria a questione di diritto internazionale. Una svolta che rompe anni di prudenza diplomatica e non ingerenza da parte dei Paesi asiatici.

Le violenze contro i Rohingya, culminate nell’offensiva del 2017 che spinse centinaia di migliaia di persone a rifugiarsi in Bangladesh, emergono così come parte di una strategia sistematica del potere militare birmano. Non un episodio isolato, ma un modello fondato su repressione e impunità.

Dopo il colpo di Stato del 2021, la giunta ha consolidato il controllo trasformando il Myanmar in un teatro di guerra civile e repressione diffusa. Le elezioni successive non hanno segnato una transizione democratica, ma hanno fornito una veste formale a un potere costruito con la forza, rafforzando l’immagine di un regime che punta a legittimarsi istituzionalmente.

L’iniziativa giudiziaria evidenzia anche il fallimento dell’ASEAN, incapace finora di incidere sulla crisi. In questo vuoto, l’Indonesia ha scelto di esporsi, spinta anche dalla pressione dell’opinione pubblica e dall’impatto diretto dei flussi di profughi Rohingya.

Il percorso legale sarà lungo e incerto, ma il suo peso è già evidente sul piano politico. L’accusa di genocidio indebolisce la credibilità internazionale della giunta e rende più difficile per i suoi alleati sostenere il regime senza costi reputazionali.

Al centro resta il nodo tra impunità e responsabilità. La denuncia non basterà a rovesciare il potere militare, ma introduce un precedente significativo: la possibilità che anche nella regione il vertice della giunta risponda delle proprie azioni. In un Myanmar ancora segnato da guerra civile e repressione, si apre così una nuova crepa nel sistema costruito dalla giunta.