di Giuseppe Gagliano –
In Myanmar la giunta ha annunciato la nascita di un nuovo organismo, il Consiglio consultivo dell’Unione, composto da cinque membri. Il nome suggerisce prudenza, il contenuto racconta altro: un livello di comando posto sopra amministrazione militare e civile, con un mandato così ampio da poter mettere in riga sicurezza nazionale, processo legislativo e, in prospettiva, anche le dinamiche tra esecutivo, Parlamento e giustizia. In parole povere: una scatola istituzionale pensata per governare chi governa.
La tempistica non è casuale. L’annuncio arriva a ridosso della fase finale del percorso elettorale: Parlamento convocato per marzo, trasferimento del potere a un governo formalmente civile. Ma l’architettura reale non cambia: si costruisce un tetto sopra il palazzo, e quel tetto diventa la stanza dove si decide tutto.
Il punto politico è evidente. Min Aung Hlaing, che ha preso il potere con il colpo di Stato del 2021, ha ripetuto di voler consegnare le “responsabilità statali” al prossimo esecutivo. Al tempo stesso, è previsto che assuma la presidenza. Il nuovo Consiglio risolve l’equazione: consente di occupare la carica civile più alta senza perdere il controllo sulle forze armate. È un passaggio classico nei regimi militari: cambiare la targhetta sulla porta, non la mano che gira la chiave.
C’è anche un secondo obiettivo, più sottile: impedire che un eventuale successore alla guida dell’esercito accumuli troppo potere e diventi un rivale. Il Consiglio si configura come un guinzaglio istituzionale. Non solo comanda: distribuisce le leve e decide chi può usarle.
Se il Consiglio nasce come “super organo”, il dettaglio decisivo è l’assenza di un controllo su di esso. Non emerge una catena di responsabilità, non si intravede un meccanismo di contrappesi. Questo è il cuore del progetto: garantire l’autorità suprema senza dover rispondere a nessuno. La parola “consultivo” diventa una foglia di fico, utile a presentare la novità come ordinamento, non come blindatura.
Il partito sostenuto dai militari ha ottenuto un risultato schiacciante: la gran parte dei seggi disponibili nelle due Camere. Ma le elezioni sono state contestate da più fronti, dalle Nazioni Unite a governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani, perché lette come una procedura a senso unico: non competizione, ma ratifica. La giunta, insomma, non sta “tornando ai civili”. Sta costruendo un sistema in cui i civili amministrano e i militari decidono.
Dal 2021 il Myanmar vive una guerra civile diffusa. La violenza non è un incidente del percorso: è la struttura del potere. In un contesto simile, creare un organismo che coordina civile e militare serve a tre cose: centralizzare l’intelligence e la sicurezza, rendere più rigida la catena di comando e impedire che le fratture tra apparati producano spazi per opposizioni e milizie. La giunta non cerca solo di vincere sul campo: cerca di evitare che il campo di battaglia entri nel palazzo.
Il Consiglio, in questa lettura, è uno strumento di continuità operativa. Qualunque governo “civile” nasca, la gestione della sicurezza resta incardinata in un livello superiore. È un modo per dire a tutti gli attori armati, interni ed esterni: l’interlocutore non cambia, cambia solo la scenografia.
Sul piano economico, l’operazione risponde a un’esigenza: vendere prevedibilità. Un investitore, un partner commerciale, persino un vicino regionale, può convivere con un regime duro più facilmente che con un sistema instabile. La giunta prova a costruire l’immagine di uno Stato che “torna alla normalità”, con istituzioni, elezioni, Parlamento. Il Consiglio è la polizza assicurativa del regime: garantisce che la macchina non sfugga di mano.
Ma la stabilità di facciata non elimina i costi strutturali: guerra interna, sanzioni e isolamento, fuga di capitale umano, contrazione di fiducia. Un super organismo che concentra potere può ridurre le incertezze dentro l’apparato, ma tende a far crescere quelle fuori: più autoritarismo significa più rischio politico, e quindi più premio al rischio su valuta, credito e investimenti.
In Asia sudorientale il Myanmar è un nodo: confina con Paesi cruciali e si trova lungo corridoi strategici. Ogni mossa interna viene letta anche come messaggio esterno. La giunta, consolidando il comando, mira a ridurre le possibilità di pressione internazionale e a gestire con maggiore disciplina i rapporti con i partner che non chiedono democratizzazione in cambio di affari.
La geoeconomia entra qui con forza: infrastrutture, vie terrestri, accessi energetici e logistici. Un Myanmar in guerra e frammentato è un problema per tutti; un Myanmar “ordinato” sotto controllo militare può diventare, per alcuni, un interlocutore scomodo ma utile. È la logica del realismo: si tratta con chi comanda, non con chi ha ragione.
La giunta non sta preparando un passaggio di potere, sta preparando una continuità di potere. Il Parlamento di marzo e il governo “civile” servono a cambiare l’inquadratura, non la sostanza. Il Consiglio consultivo dell’Unione è il meccanismo con cui Min Aung Hlaing può salire di grado istituzionale senza scendere di grado reale. E quando un regime inventa un piano superiore sopra gli altri poteri, di solito non sta modernizzando lo Stato: sta rendendo permanente l’eccezione.












