di Giuseppe Gagliano –
Nel Myanmar uscito dal colpo di Stato del 2021 la guerra non si combatte solo nelle giungle o lungo le strade di confine, ma soprattutto dal cielo. Gli attacchi aerei della giunta sono diventati lo strumento principale per colpire aree civili e logorare le forze che si oppongono ai militari. Più di mille località colpite in poco più di un anno, migliaia di vittime, villaggi svuotati: numeri che descrivono una strategia, non una deriva. Colpire dall’alto significa ridurre i rischi per le proprie truppe e trasmettere un messaggio politico preciso: il controllo dello spazio aereo equivale al controllo del Paese.
È in questo contesto che il leader dello Stato Shan, Yawd Serk, rompe il silenzio e accusa la comunità internazionale di indifferenza. La sua denuncia non è solo umanitaria. È anche un modo per segnalare che l’equilibrio militare si sta decidendo sulla capacità della giunta di usare l’aviazione contro avversari che non dispongono di mezzi analoghi. Senza difese antiaeree, le forze pro democrazia e gli eserciti etnici restano vulnerabili e costretti a una guerra di movimento e di dispersione.
Il Myanmar di oggi non è diviso in due, ma in molteplici aree di influenza. Lo Stato Shan è il simbolo di questa frammentazione: crocevia del cosiddetto Triangolo d’Oro, territorio di traffici legali e illegali, mosaico di gruppi armati con alleanze variabili. Qui il potere centrale non è mai stato pienamente sovrano e il colpo di Stato ha solo accelerato dinamiche già esistenti. Alcune fazioni hanno guadagnato terreno, altre lo hanno perso, mentre la popolazione civile paga il prezzo più alto.
Serk, considerato per anni un attore pragmatico capace di mantenere tregue con i militari, oggi alza i toni contro la leadership della giunta, accusandola di anteporre ambizione personale e avidità all’interesse nazionale. Ma allo stesso tempo non chiude la porta al dialogo politico. Questa apparente ambiguità riflette una realtà semplice: nessun gruppo etnico, da solo, ha la forza di rovesciare l’esercito. La soluzione militare pura resta improbabile.
La giunta conserva un vantaggio decisivo: l’aviazione e l’artiglieria. Questo le consente di colpire in profondità e di punire le aree ribelli, ma non garantisce il controllo stabile del territorio. Le forze etniche e pro democrazia, pur senza aviazione, conoscono il terreno, si muovono tra confini e comunità locali e possono logorare nel tempo l’apparato militare. Ne deriva una guerra asimmetrica prolungata, dove nessuno vince davvero e lo Stato si consuma.
Il rischio è che la violenza aerea, invece di piegare la resistenza, alimenti nuove reclute tra chi ha perso casa o familiari. È una dinamica già vista in altri conflitti: la forza dall’alto produce obbedienza temporanea, ma anche rancore duraturo.
Quando Serk dice che solo la Cina interviene, non intende un intervento militare diretto, ma una presenza politica e diplomatica costante. Pechino ha un interesse chiaro: evitare il caos lungo il proprio confine e proteggere i corridoi infrastrutturali ed energetici che attraversano il Myanmar. Per questo media tra gruppi armati, esercita pressioni per fermare offensive troppo destabilizzanti e, di fatto, considera la giunta un interlocutore necessario.
La logica cinese non è ideologica ma pragmatica: meglio un potere centrale autoritario ma prevedibile che un mosaico di milizie incontrollabili. Questo però contribuisce a congelare il conflitto più che a risolverlo, perché offre alla giunta un margine di respiro politico.
Le aree di conflitto vivono di economie parallele: estrazioni minerarie, traffici, tassazioni locali. In assenza di uno Stato funzionante, queste attività diventano fonti di finanziamento per i gruppi armati e strumenti di controllo sociale. La guerra, paradossalmente, crea circuiti economici che rendono la pace meno immediata, perché molti attori locali traggono reddito dall’instabilità.
Per la popolazione civile, invece, il risultato è impoverimento, sfollamenti e dipendenza dagli aiuti. Senza un quadro politico stabile, investimenti e sviluppo restano miraggi.
Il Myanmar è una cerniera tra Asia meridionale e sud orientale. Instabilità prolungata significa rifugiati verso i Paesi vicini, traffici illeciti, insicurezza lungo rotte commerciali strategiche. Per questo i vicini osservano con preoccupazione ma intervengono con cautela. Nessuno vuole un collasso totale dello Stato, ma pochi sono disposti a impegnarsi davvero per una soluzione politica inclusiva.
Il vero vantaggio della giunta è il tempo. Le crisi globali si susseguono e l’attenzione internazionale si sposta. Il Myanmar rischia di diventare una guerra dimenticata, dove la sofferenza civile continua lontano dai riflettori. Finché non emergerà un equilibrio politico accettabile tra centro e periferie etniche, il Paese resterà sospeso: troppo frammentato per la pace, troppo resistente per una vittoria militare totale. E in questo spazio grigio, i bombardamenti dall’alto continueranno a parlare al posto della politica.




