di Giuseppe Gagliano –

La politica internazionale, specie quella legata ai contesti di crisi, spesso si trova di fronte a un dilemma: agire con fermezza per difendere i diritti umani o limitarsi a gestire la crisi con misure diplomatiche? Il caso del Myanmar rappresenta un esempio emblematico di questa dicotomia. Da quando la giunta militare ha preso il potere con un colpo di Stato nel 2021, il Paese è precipitato in una spirale di violenza, con un bilancio di morti e sfollati che aumenta quotidianamente. Eppure, la risposta della comunità internazionale, ASEAN in primis, sembra sempre più una serie di proclami vuoti.

L’appello lanciato il 18 gennaio dall’ASEAN alla giunta birmana, cioè un invito a cessare le ostilità e rinunciare alle elezioni premature, mette in evidenza l’impotenza dell’organizzazione regionale di fronte alla brutalità del regime. Il piano di pace in cinque punti, elaborato nel 2021, si è rivelato un fallimento. Il Myanmar non solo ha ignorato ogni richiesta di cessate il fuoco, ma ha anche intensificato le operazioni militari contro i civili, come dimostrano i recenti bombardamenti nello Stato di Rakhine.

Non si tratta di una crisi improvvisa. Il Myanmar è un terreno fertile per conflitti etnici, lotte di potere e tensioni interne. L’esercito, le milizie locali e i gruppi di opposizione armata si contendono il controllo del territorio in un gioco al massacro che vede le popolazioni civili come vittime predestinate. L’ASEAN, consapevole della complessità del problema, ha cercato di mediare attraverso l’invio di inviati speciali e proposte di dialogo. Tuttavia, la mancanza di una reale capacità coercitiva ha reso ogni sforzo vano.

La giunta birmana da parte sua ha dimostrato di non essere interessata a dialogare. L’annuncio di elezioni nel 2025 non è altro che una mossa per legittimare il potere militare agli occhi della comunità internazionale. Un tentativo di lavarsi le mani del sangue che continua a scorrere nelle campagne e nelle città del Paese. È significativo che l’ASEAN abbia escluso il Myanmar dalle sue riunioni di alto livello: un atto simbolico che, purtroppo, non ha avuto effetti concreti.

Il nodo fondamentale è uno: senza una pressione internazionale coordinata, il Myanmar continuerà a essere un esempio di come un regime autoritario possa operare impunemente. Le sanzioni mirate proposte dalla Blood Money Campaign, come il blocco dei rifornimenti di carburante per l’aviazione militare, rappresentano una strada da percorrere. Tuttavia, senza il supporto deciso delle grandi potenze – dalla Cina, che ha interessi strategici nella regione, agli Stati Uniti, che spesso usano la questione dei diritti umani come arma politica – ogni sforzo rischia di rimanere isolato.

L’ASEAN deve decidere se vuole essere un attore rilevante nello scenario internazionale o un semplice osservatore passivo. L’attuale strategia di “non ingerenza” si scontra con la realtà di una crisi umanitaria di proporzioni enormi. Senza un cambiamento di approccio, il Myanmar rimarrà una ferita aperta nel cuore del Sud-Est asiatico, una tragedia silenziosa che continuerà a consumare vite e speranze.