di Giuseppe Gagliano –
L’inviata speciale dell’ASEAN per il Myanmar, Maria Theresa Lazaro, ha incontrato in Thailandia rappresentanti di alcune organizzazioni armate delle minoranze etniche e il comitato negoziale sostenuto dalle autorità di Naypyitaw. Le parti hanno espresso disponibilità al dialogo, ma l’assenza del Governo di unità nazionale in esilio rischia di limitare la rappresentatività del processo negoziale.
A oltre cinque anni dal colpo di Stato del 2021, il conflitto birmano continua a coinvolgere l’esercito, le formazioni armate etniche, le Forze di difesa popolare e il Governo di unità nazionale nato dopo la destituzione dell’esecutivo guidato da Aung San Suu Kyi. L’esclusione di quest’ultimo dai colloqui alimenta i dubbi sulla possibilità di avviare un negoziato realmente inclusivo.
Il governo formalmente civile guidato da Min Aung Hlaing ha annunciato l’intenzione di avviare colloqui entro cento giorni, ma il controllo delle principali istituzioni resta nelle mani delle forze armate. Parallelamente, il cosiddetto Consenso in cinque punti promosso dall’ASEAN, che prevedeva la cessazione delle violenze, il dialogo tra tutte le parti e l’assistenza umanitaria, continua a registrare risultati limitati.
Sul terreno la situazione resta altamente instabile. L’esercito mantiene superiorità in termini di aviazione e mezzi pesanti, ma incontra difficoltà nel controllare stabilmente vaste aree del Paese, mentre le organizzazioni etniche continuano a esercitare una forte influenza nelle regioni periferiche e lungo le frontiere.
Il Myanmar conserva inoltre un’importanza strategica per l’intera regione. Il Paese rappresenta un corridoio tra l’Oceano Indiano e la Cina meridionale, ospita importanti risorse naturali e infrastrutture energetiche e confina con Thailandia, India, Bangladesh e Laos. La stabilità del territorio interessa direttamente i Paesi vicini, sia per ragioni economiche sia per la gestione della sicurezza alle frontiere.
L’ASEAN si trova così a dover conciliare il dialogo con Naypyitaw e la richiesta di un processo politico credibile. Da un lato l’organizzazione punta a mantenere aperti i canali diplomatici, dall’altro evita che un riavvicinamento privo di condizioni possa essere interpretato come una legittimazione del governo sostenuto dai militari.
L’incontro in Thailandia rappresenta quindi un nuovo tentativo di rilanciare il confronto politico, ma il successo di qualsiasi iniziativa dipenderà dalla capacità di coinvolgere tutte le principali componenti del conflitto e di creare le condizioni per un negoziato realmente inclusivo.












