di Giuseppe Gagliano –
La guerra civile in Myanmar continua ad alimentarsi attraverso lo sfruttamento delle terre rare e di altre risorse strategiche, mentre milioni di civili affrontano violenze, sfollamenti e una crisi umanitaria che colpisce con particolare durezza la minoranza Rohingya. Secondo le Nazioni Unite, tra giugno 2025 e maggio 2026 la situazione dei diritti umani nel Paese ha raggiunto livelli senza precedenti.
Le responsabilità non vengono attribuite soltanto alle forze armate al potere dal colpo di Stato del 2021. Anche l’Esercito dell’Arakan, che controlla gran parte dello Stato di Rakhine, è accusato di uccisioni, torture, violenze sessuali, reclutamenti forzati e confische di terre. Per i Rohingya, già protagonisti dell’esodo di massa del 2017, la conquista di nuovi territori da parte delle forze ribelli non ha significato la fine delle persecuzioni. Nel Rakhine settentrionale circa duemila acri di terreno sarebbero stati confiscati, rendendo ancora più difficile il ritorno degli sfollati.
A più di cinque anni dal golpe, l’esercito non è riuscito a riprendere il controllo dell’intero Myanmar. Ha perso città, basi e vie di comunicazione, ma mantiene un vantaggio decisivo grazie all’aviazione. Bombardamenti, incendi dei villaggi e limitazioni agli aiuti umanitari vengono utilizzati per indebolire le strutture economiche e sociali che sostengono le formazioni ribelli.
Dal 2021 sarebbero stati uccisi almeno 8.075 civili, tra cui 1.774 donne e 1.074 bambini. Gli sfollati interni hanno raggiunto i 3,6 milioni, mentre circa 12,4 milioni di persone soffrono la fame acuta. Il territorio risulta ormai frammentato tra la giunta, che mantiene le principali città e infrastrutture, le organizzazioni etniche armate e le forze democratiche nate dopo il golpe.
A finanziare la prosecuzione del conflitto contribuisce un’economia clandestina basata su estrazione mineraria, traffici illegali e contrabbando. Particolarmente importante è il settore delle terre rare. Nello Stato di Kachin dal 2021 sarebbero comparsi 302 nuovi siti minerari, mentre nello Shan il loro numero sarebbe aumentato da 12 a 85. Nel 2023 questo commercio avrebbe raggiunto un valore stimato di 1,4 miliardi di dollari, con la Cina come principale destinazione.
Il controllo delle risorse consente a gruppi armati, comandanti locali e intermediari di trasformare i proventi dell’estrazione in armi e carburante. Le conseguenze ambientali interessano anche i Paesi confinanti. Le sostanze utilizzate nelle miniere contaminano terreni e corsi d’acqua e l’inquinamento avrebbe raggiunto fiumi diretti verso la Thailandia, dove sono state rilevate elevate concentrazioni di metalli pesanti.
Per la Cina il Myanmar rimane strategico sia per le risorse minerarie sia per i corridoi energetici e commerciali verso l’Oceano Indiano. Pechino mantiene rapporti con la giunta, ma conserva contemporaneamente canali con alcune organizzazioni etniche armate, cercando soprattutto di garantire stabilità lungo il confine e proteggere i propri investimenti.
Sul piano internazionale non emerge intanto una soluzione al conflitto. Le sanzioni occidentali non hanno provocato il cedimento della giunta, mentre l’Associazione delle nazioni del Sud Est asiatico non dispone degli strumenti necessari per imporre un accordo. Cina e Russia impediscono il completo isolamento dei militari, mentre India e Thailandia temono nuovi flussi di profughi e una maggiore instabilità alle proprie frontiere.
Il Myanmar rimane così intrappolato in una guerra che può continuare grazie alle risorse naturali, ai traffici clandestini e agli interessi delle potenze regionali. A pagarne il prezzo sono soprattutto i civili e i Rohingya, ancora privi di sicurezza, cittadinanza e concrete prospettive di ritorno nelle proprie terre.




