di Simone Frusciante –
Il nuovo Parlamento birmano, riunitosi dopo l’annuncio dell’esito delle elezioni svoltesi per tappe tra dicembre 2025 e gennaio di quest’anno, lo scorso 10 aprile ha eletto Min Aung Hlaing, ex leader della giunta militare, presidente e capo di governo del Myanmar, consolidando così la sua presa sul potere a oltre cinque anni di distanza dal colpo di Stato tramite cui i generali assunsero il comando del Paese, destituendo il governo di Aung San Suu Kyi sulla base che esso fosse stato eletto in modo fraudolento, sebbene tali accuse non siano mai state suffragate da prove concrete.
Il processo elettorale è stato estremamente controverso, con la mancata partecipazione dei partiti di opposizione e l’impossibilità per i cittadini di circa il 20% delle circoscrizioni di esprimere il proprio voto in ragione della guerra civile in atto, scaturita dalla creazione di una resistenza armata composta dalle truppe del governo di unità nazionale e dalle variegate milizie etniche in lotta contro il governo centrale. Diversi organismi internazionali e organizzazioni per la difesa della democrazia e dei diritti umani hanno giudicato le elezioni prive degli standard minimi di libertà ed equità.
Il Parlamento risulta attualmente dominato dal Partito dell’Unione della Solidarietà e dello Sviluppo (Union Solidarity and Development Party, USDP), vicino all’esercito, che ha vinto oltre l’80% dei seggi a disposizione. Inoltre, in base alla Costituzione varata dalla giunta, circa un quarto dei seggi è riservato ai membri nominati dai militari. Ciò fa, dunque, in modo che entrambe le Camere siano sostanzialmente sotto il controllo totale di questi ultimi e delle forze loro alleate, il che ha consentito l’agevole elezione di Min Aung Hlaing a leader incontrastato della nazione.
Un altro aspetto che ha suscitato dubbi sulla reale natura dell’amministrazione del Myanmar è stato l’istituzione di un nuovo organo, il Consiglio Consultivo dell’Unione (Union Consultative Council, UCC). In teoria, esso ha un ruolo di coordinamento su temi che spaziano dalla sicurezza interna alle relazioni internazionali, dai processi di pace alla legislazione, ma, di fatto, appare un super-organo al di sopra di tutti gli altri poteri statali. Non sarebbe, quindi, un caso che Min Aung Hlaing vi abbia posto alla guida due fedelissimi; Soe Win, suo Vice nella giunta, e Maung Maung Aye, ex ministro della difesa e Capo di Stato maggiore. Questo confermerebbe che il potere militare, lungi dall’essere indebolito, è stato meramente diluito e redistribuito così da continuare a imporsi.
Tutto ciò si svolge sullo sfondo di una guerra civile devastante; secondo l’ultimo report dell’ONU del febbraio scorso, il conflitto avrebbe causato quasi 7.000 vittime civili e 3.6 milioni di sfollati; tuttavia, altre organizzazioni riportano numeri ancora più alti. Ampie porzioni di territorio, soprattutto nelle aree di frontiera, sono contese tra il governo e le forze dell’opposizione, oppure nelle mani di queste ultime. Ora che Min Aung Hlaing è stato eletto leader e i militari hanno cementato ulteriormente la loro autorità sullo Stato, si ritiene che la guerra possa intensificarsi, con un previsto peggioramento delle condizioni di vita per i civili coinvolti loro malgrado.
Anche l’economia sconta le conseguenze del conflitto in corso; già con la pandemia di Covid-19, il PIL birmano aveva registrato una forte decrescita, aggravatasi dopo il colpo di Stato, anche per effetto delle sanzioni internazionali. Mentre le previsioni per il 2026 segnalano un rimbalzo del 2-3%, lo scoppio della guerra in Medio Oriente è giunto come una tegola sulle flebili speranze del Myanmar. Il Paese è altamente dipendente dalle importazioni di energia, in gran parte provenienti dalla regione. I prezzi dei carburanti hanno subìto un’impennata e il governo ha annunciato misure di razionamento. L’inflazione generale, già attestantesi su valori tra il 20 e il 30%, potrebbe risentirne.
Sul fronte della politica estera, nel discorso inaugurale Min Aung Hlaing ha manifestato l’intenzione di rilanciare le relazioni con l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), dopo anni di tensioni dovute alla mancata implementazione del Five-Point Consensus (5PC). Il gruppo, a sua volta, è diviso su come affrontare la questione. Mentre membri come Thailandia, Cambogia, Laos e Vietnam, che hanno inviato i loro rappresentanti alla cerimonia di insediamento, sarebbero propensi a una maggior apertura ora che la giunta è stata, almeno formalmente, sostituita da un governo civile, altri come Filippine, attuale Presidente di turno, Indonesia e Malesia, sono più cauti e sostengono che il 5PC debba prima essere implementato al fine di una ripresa del dialogo.
Non bisogna, poi, dimenticare che su Min Aung Hlaing pende il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale (CPI) per la persecuzione dei Rohingya, e a ciò si aggiunge l’iniziativa di Timor Est, ultimo membro a essere entrato nell’ASEAN, di agire contro il Myanmar in base al principio della giurisdizione universale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità compiuti dopo il colpo di Stato del 2021. A ogni modo, il governo birmano può contare saldamente sui due principali partner, Cina e Russia, che finora hanno consentito alla nazione di reggere a fronte delle sanzioni imposte da Stati Uniti, Unione Europea e altri alleati occidentali.
Confrontato con molteplici sfide sia sul fronte interno, segnato dalla forte instabilità e da una difficile ripresa economica, che su quello estero, con un posizionamento internazionale precario, peraltro in uno scenario geopolitico turbolento, il Myanmar si prepara ancora a vivere un periodo di prolungata incertezza. L’unico elemento apparentemente certo è che il Paese non andrà verso una democraticità più consolidata, bensì nel senso completamente opposto.




