di Giuseppe Gagliano

In Myanmar si vota ancora, seconda fase di elezioni che la giunta presenta come prova di normalità mentre il Paese resta lacerato dalla guerra civile esplosa dopo il colpo di Stato del 2021 e l’arresto di Aung San Suu Kyi. Il punto, però, è che qui le urne non misurano un consenso: misurano un controllo.

Il partito legato ai militari, l’Unione per la solidarietà e lo sviluppo, ha già incassato nella prima tornata una quota enorme dei seggi in palio alla Camera bassa, e non perché abbia conquistato cuori e menti, ma perché il campo è stato “preparato” prima. La Lega nazionale per la democrazia di Suu Kyi, che aveva stravinto le ultime due elezioni, è stata sciolta insieme a molte formazioni anti giunta, colpevoli di non essersi registrate. I gruppi ribelli, da parte loro, non partecipano: non riconoscono il copione.

Nel racconto dal basso emerge la fotografia più eloquente: gente che vota per evitare ripercussioni e che, una volta dentro la cabina, sceglie “un altro partito” senza neppure ricordarne il nome. Non è disinteresse: è prudenza. A Yangon c’è chi teme conseguenze se non vota e teme di essere marchiato se vota. Se la politica è diventata un rischio personale, la competizione non è più competizione: è un rito di obbedienza.

La giunta prova a vendere ottimismo. Dopo un’affluenza dichiarata del 52 per cento nella prima fase, il portavoce Zaw Min Tun parla di “vittoria del popolo”, democrazia e pace. È la retorica classica dei regimi: quando mancano gli avversari, si celebra il traguardo. Ma il Myanmar non è un Paese in transizione ordinata: è un Paese con migliaia di morti e milioni di sfollati, e con un conflitto che attraversa ampie zone del territorio.

Dal punto di vista strategico, l’azzardo è evidente: costruire un nuovo governo “civile” mentre la guerra civile continua significa tentare di congelare il fronte con un atto amministrativo. Ma le urne valgono, nella migliore delle ipotesi, dove la giunta controlla. Altrove, contano le milizie, gli eserciti etnici, le reti locali, e contano le dinamiche di un conflitto che non si lascia incasellare in un calendario elettorale.

Il voto diventa così uno strumento di gestione interna: consolidare catene di comando, distribuire posizioni, dare una parvenza istituzionale a un potere nato con le armi. La stabilità promessa rischia di essere un’illusione, perché un governo percepito come “messo in scena” difficilmente disinnesca l’insurrezione; semmai può irrigidirla, spingendo la resistenza a leggere la mossa come la chiusura definitiva di ogni spazio politico.

Non a caso l’ultima tornata è fissata per il 25 gennaio: una scadenza che, invece di chiudere, potrebbe aprire una fase più aspra, se verrà usata per proclamare una legittimità che molti, dentro e fuori, non riconoscono.

La giunta insiste su un nesso molto semplice: elezioni uguale riconoscimento internazionale, riconoscimento uguale allentamento delle sanzioni, sanzioni più leggere uguale ritorno degli investimenti. È una catena logica lineare, ma non è detto che funzioni.

Perché chi investe guarda prima alla sicurezza, poi alle regole. Un Myanmar frammentato, con istituzioni contestate e conflitto diffuso, è un ambiente dove il rischio non si copre con un discorso televisivo. Anche ammesso che alcuni attori regionali mantengano canali aperti per interesse, la piena riabilitazione resta improbabile: l’Occidente e le organizzazioni per i diritti umani definiscono queste elezioni né libere né eque né credibili proprio per l’assenza di una vera opposizione. E quando la credibilità politica è debole, anche l’ossigeno economico arriva con il contagocce, spesso a condizioni pesanti.

Sul piano geoeconomico, il Myanmar resta un nodo potenziale tra Oceano Indiano e Sud Est asiatico, ma un nodo instabile: le catene produttive e logistiche non amano i territori dove il controllo è intermittente. La crisi umanitaria, poi, non è solo un problema morale: è un problema di forza lavoro, consumi, produttività, pressione sulle città e sui Paesi confinanti. Tre milioni e seicentomila sfollati, secondo le Nazioni Unite, significano economia disarticolata e spesa pubblica piegata all’emergenza, non allo sviluppo.

Mentre la giunta si aggrappa alle urne, all’Aia si riapre un fronte che tocca il cuore della sua reputazione internazionale. Il 12 gennaio si aprono le udienze alla Corte internazionale di giustizia sul caso che accusa il Myanmar di genocidio contro i Rohingya, presentato dal Gambia nel 2019. Il Myanmar respinge le accuse e rivendica che l’operazione del 2017 fosse una campagna antiterrorismo dopo attacchi di militanti.

Qui il dettaglio politico è decisivo: non si tratta solo di stabilire responsabilità su una tragedia, ma di fissare criteri, definizioni, soglie di prova e rimedi. È il primo caso di genocidio che la Corte esamina integralmente da oltre un decennio e, proprio per questo, può diventare un precedente capace di riverberarsi su altri contenziosi internazionali, inclusi quelli oggi più controversi.

C’è anche un elemento umano e simbolico: per la prima volta le vittime Rohingya verranno ascoltate in sede internazionale, anche se le sessioni saranno chiuse per ragioni di riservatezza. E dietro i tecnicismi giuridici resta la sequenza che ha segnato la regione: almeno 730 mila Rohingya costretti a fuggire in Bangladesh, con racconti di uccisioni, stupri di massa e incendi; una missione delle Nazioni Unite che ha parlato di atti di genocidio; e una difesa, allora affidata alla stessa Suu Kyi, che definì le accuse incomplete e fuorvianti.

La giunta tenta un’operazione di cosmetica politica: presentare un governo “nuovo” ad aprile e chiedere al mondo di considerarlo un interlocutore normale. Ma il riconoscimento internazionale non è un timbro automatico: è una scelta politica, e oggi la scelta è avvelenata da due fattori. Primo: la guerra in corso, che rende fragile qualsiasi architettura istituzionale. Secondo: il dossier Rohingya, che rende tossico qualsiasi tentativo di normalizzazione piena.

In altre parole, la giunta prova a trasformare un problema di forza in un problema di forma. Ma la forma, senza sostanza, dura poco. E se la sostanza è un Paese armato, diviso e sotto accusa, le urne rischiano di essere solo un fondale: utile per la propaganda interna, insufficiente per riaprire davvero porte, capitali e alleanze fuori dai circuiti già disposti a chiudere un occhio.