di Giuseppe Gagliano –

La decisione di TotalEnergies di rilanciare il proprio impegno petrolifero in Namibia, acquisendo il 40 per cento del giacimento che include la scoperta Mopane attraverso un accordo con la portoghese Galp, va letta ben oltre la dimensione industriale. Non è solo un’operazione di portafoglio, con scambi di partecipazioni e cofinanziamento degli investimenti. È un segnale politico ed energetico che riguarda l’Africa australe, l’Europa e la ridefinizione delle priorità strategiche nel pieno della transizione energetica proclamata ma ancora incompiuta.

Per le autorità della Namibia, il progetto Mopane rappresenta una possibile svolta storica. Un Paese finora marginale nel mercato globale degli idrocarburi intravede l’occasione di entrare nel club dei produttori, attirando investimenti, infrastrutture e know-how. Non a caso Windhoek considera l’operazione strategica, pur mantenendo formalmente la necessità di un via libera definitivo. La cautela istituzionale serve a bilanciare aspettative economiche e pressioni politiche interne ed esterne.

Dal punto di vista europeo, la mossa di TotalEnergies racconta una verità spesso taciuta. Nonostante la retorica sulla decarbonizzazione, le grandi compagnie continentali continuano a investire massicciamente in nuovi progetti petroliferi e gasiferi, soprattutto fuori dall’Europa. Dopo la guerra in Ucraina e la crisi energetica, la sicurezza degli approvvigionamenti è tornata a prevalere sulle promesse climatiche. L’Africa, in questo quadro, diventa ancora una volta lo spazio di compensazione delle contraddizioni occidentali: verde in patria, fossile all’estero.

Le critiche delle organizzazioni non governative si inseriscono in questo conflitto di narrazioni. Da un lato, l’urgenza climatica e la denuncia di nuovi investimenti in combustibili fossili; dall’altro, il diritto allo sviluppo rivendicato dai Paesi emergenti. La Namibia, come molti Stati africani, osserva con crescente irritazione quello che percepisce come un doppio standard: ai Paesi ricchi è stato consentito di crescere grazie al petrolio, mentre ai nuovi arrivati si chiede di rinunciare in nome di un’emergenza globale che non hanno creato.

Il giacimento Mopane si inserisce inoltre in una dinamica regionale più ampia. L’Atlantico sud, dalle coste del Brasile al Golfo di Guinea, sta diventando uno dei nuovi fronti dell’energia globale. La presenza di attori europei, americani e asiatici riflette una competizione silenziosa per risorse che, almeno nel medio periodo, restano centrali. TotalEnergies, con questa operazione, consolida una posizione che guarda non solo ai barili, ma all’influenza industriale e politica in una regione destinata a contare di più.

La struttura dell’accordo con Galp, basata su scambi di partecipazioni e condivisione dei costi, segnala anche prudenza. Le major non scommettono più in solitaria come un tempo. Il rischio politico, regolatorio e reputazionale è troppo elevato. Coinvolgere partner, diluire l’esposizione e negoziare con attenzione con le autorità locali diventa parte integrante della strategia. Il vero nodo, ora, è il consenso politico interno namibiano: senza una legittimazione chiara, il progetto rischia di restare sospeso tra ambizione e contestazione.

Il caso Mopane mostra quanto la transizione energetica sia meno lineare di quanto raccontato. Mentre in Europa si moltiplicano i piani verdi, sul terreno globale si continua a investire nel petrolio, soprattutto dove la domanda futura è data per scontata. La Namibia diventa così un laboratorio delle ambiguità contemporanee: sviluppo contro clima, sovranità contro vincoli globali, pragmatismo contro ideologia.

Alla fine, più che di un ritorno al passato, si tratta di una conferma del presente. L’energia resta uno strumento di potere. E finché non esisterà un’alternativa credibile, accessibile e condivisa, anche i progetti più contestati continueranno a riemergere, giustificati dalla stessa logica che li ha sempre sostenuti: quella dell’interesse strategico.