di Enrico Oliari –
A fare scopa al vertice Nato di Vilnius è stato Recep Tayyp Erdogan, il quale è riuscito ad incassare più risultati giocandosi la carta del “sì” all’adesione della Svezia all’Alleanza Atlantica. In passato il presidente turco aveva apertamene manifestato la sua opposizione accusando la Svezia di dare ospitalità a elementi estremisti curdi tra cui esponenti del Pkk, formazione considerata terroristica da Ankara, come pure di rifiutare la vendita di armi alla Turchia.
Dopo aver dimostrato negli ultimi giorni un filo-occidentalismo che si dava perduto, sia garantendo a Zelensky la sua vicinanza nel conflitto, sia consegnandogli i prigionieri del battaglione Azov che sarebbero dovuti rimanere in Turchia come da accordi con la Russia, Erdogan è ripartito dalla Lituania con la valigia piena di soddisfazioni: per prima cosa la Svezia, sollecitata da Joe Biden, ha dovuto cedere ad un accordo sul terrorismo che prevede l’estradizione dei curdi, quindi ha accettato di riattivare la vendita di armi alla Turchia, il cui esercito bombarda i curdi sia in Siria che nel Kurdistan Iracheno.
Poi ha ottenuto la fornitura da parte degli Usa di 40 F-16, come da un accordo sospeso nel 2021 a causa dell’acquisto da parte della Turchia di batterie missilistiche difensive S-400 dalla Russia, armi pensate proprio per abbattere gli aerei della Nato.
Infine ha incassato il via libera della Svezia all’eventuale adesione all’Unione Europea, nonché l’impegno del presidente del Consiglio europeo Charles Michel di presentare entro poche settimane un nuovo documento sullo stato delle relazioni e quindi di favorire l’agognata entrata nella Casa comune, questione cipriota permettendo. In realtà per Erdogan più dell’adesione della Turchia all’Ue, che comporterebbe una serie di riforme a partire dai diritti civili e dalle libertà individuali, vanno liberalizzati i visti dei cittadini turchi diretti in Unione Europea come previsto dall’accordo sui migranti del 2016, una misura opportunamente congelata da Bruxelles in un momento in cui vi erano turchi tra i membri dell’Isis e di al-Qaeda. Erdogan inoltre punta a migliorare i rapporti commerciali e le relazioni bilaterali con i paesi Ue, tant’è che incontrando il premier italiano Giorgia Meloni è stato stabilito l’obiettivo di portare la bilancia commerciale a 30 miliardi.
Meno bene è andata al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che a Vilnius si è presentato con l’immancabile (e fuori luogo) verde militare: non solo non è riuscito nell’impresa di portare da subito il suo paese nella Nato, anche perché vietato dallo statuto in quanto paese in guerra, ma al contrario delle previsioni non ha ottenuto neppure la chiara tabella di marcia accelerata in cui sperava. Alla base dell’irrigidimento dei paesi Nato vi sarebbe il rifiuto di trovare la quadratura del cerchio con Vladimir Putin, i cui militari non solo stanno resistendo alla declamata controffensiva russa, ma stanno addirittura avanzando in alcuni settori.
In particolare a Zelensky è stato promesso un fumoso processo di adesione facilitato a guerra finita, ma solo “una volta che gli alleati saranno d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte”. Una formula dorotea che rispecchia le divisioni interne all’Alleanza Atlantica, in particolare determinate dalla prudenza della Germania e dalla volontà degli Usa di arrivare a un “dunque”, fosse anche di parlare con Mosca. Accordo che per forza di cose dovrà passare per la cessione di territori, certamente della Crimea di fatto già russa e probabilmente del Donbass, una sorta di cuscinetto per tenere le basi Nato non in prossimità dell’attuale confine russo.
Zelensky ha affermato a conclusione del vertice che “Non rinunceremo mai ai nostri territori e non li scambieremo mai con un conflitto congelato. Questo non accadrà mai. La mia posizione è chiaramente nota ai nostri partner”, ma a comandare in Ucraina non è lui, specialmente dopo che a Vilnius ha ottenuto ulteriori forniture di armi e, proprio in questi giorni, i missili a lungo raggio francesi.
Il presidente Ucraino ha pomposamente scritto sul suo canale Telegram che “Stiamo tornando a casa con un buon risultato per il nostro Paese e, cosa molto importante, per i nostri guerrieri, cioè un buon rafforzamento di armi”, ma in realtà, a parte quelle ha ottenuto solo la certezza che da Washington a Berlino vi sia interesse a chiudere il conflitto con Putin, anche a scapito dell’Ucraina.




