di Tommaso Franco –
Esiste un tratto d’acqua tra Myanmar, Bangladesh e Thailandia dove la crisi umanitaria dei Rohingya e gli interessi della “Shadow Fleet” (Flotta Ombra) si fondono. Il Mar d’Andaman non è solo una rotta migratoria, ma un ecosistema criminale.
Qui l’invisibilità è una strategia deliberata per muovere vite umane e carburante sanzionato, garantendo rifornimenti ai caccia della giunta militare birmana. In questa terra di nessuno si assiste a un circolo vizioso brutale: la libertà di movimento di queste navi “fantasma” si traduce nel terrore dal cielo per chi è rimasto nell’entroterra.
I Rohingya: un popolo in fuga.
I Rohingya sono una minoranza musulmana dello Stato di Rakhine (Myanmar), privata di cittadinanza e diritti da una legge del 1982. Vittime di quella che l’ONU ha definito un “esempio da manuale di pulizia etnica” nel 2017, oltre 740mila persone sono fuggite verso il Bangladesh.
Oggi circa un milione vive nel distretto di Cox’s Bazar, a Kutupalong, il campo profughi più grande del mondo. La crisi, aggravata dal colpo di Stato militare del 2021 che ha azzerato ogni speranza di rimpatrio, alimenta un viaggio disperato a tappe verso il Sud-Est asiatico.
L’inferno inizia a Teknaf, sulla costa del Bangladesh. Qui i profughi sfidano le correnti mortali del fiume Naf su piccole barche sovraccariche che spesso si ribaltano. Chi sopravvive finisce nelle mani dei trafficanti, che gestiscono partenze clandestine verso il Mar d’Andaman da insenature nascoste tra le mangrovie, stipando centinaia di persone su pescherecci per eludere la Guardia Costiera.
Benvenuti a bordo delle “navi fantasma”.
In mare inizia il “Ghost Protocol”: lo spegnimento dei transponder AIS (“going dark”), dispositivi elettronici usati per trasmettere e ricevere dati di navigazione.
Diventando invisibili ai radar, i vascelli si trasformano in prigioni galleggianti. Senza Wi-Fi, tracciabilità e protezione legale, i profughi vengono ammassati nelle stive per il pesce. La mancanza di connettività non è un limite tecnico, ma una strategia degli scafisti per impedire la denuncia di abusi e torture volte a estorcere denaro alle famiglie.
In questo limbo tecnologico anche gli equipaggi diventano schiavi invisibili, reclutati con l’inganno e costretti a mesi di navigazione senza salario. La pratica del “going dark” annulla ogni possibilità di aiuto: in caso di guasto, non esiste segnale che guidi i soccorritori.
I dati 2025–2026 confermano la letalità della rotta del Mar d’Andaman: una persona su cinque risulta dispersa o deceduta. Con oltre 600 vittime accertate nell’ultimo anno, il bilancio reale resta tragicamente incalcolabile.
Il legame con la giunta: le operazioni STS dietro i bombardamenti.
L’instabilità del Myanmar ha trasformato il Mar d’Andaman in un corridoio bellico mascherato da rotta migratoria. Le reti che trasportano i Rohingya verso sud (Malaysia e Indonesia) sono spesso le stesse che, tramite operazioni Ship-to-Ship (STS) in acque internazionali, riforniscono la giunta militare di carburante sanzionato (Jet A-1).
Senza queste manovre, il regime non potrebbe alimentare i jet e i droni responsabili dei bombardamenti sui civili. Proprio perché vietato, il carburante viene trasferito in mare aperto per nasconderne la provenienza.
Grandi “navi madre” cariche di greggio proveniente dalla Federazione Russa o dall’Iran — Paesi colpiti ufficialmente dalle sanzioni internazionali — trasferiscono in alto mare il carico alla shadow fleet birmana, che opera per conto della giunta.
Qui il carburante viene “ripulito” falsificando i documenti per farlo apparire come proveniente da porti legali del Sud-Est asiatico: un meccanismo sperimentato che finanzia regimi autoritari per mezzo di flotte invisibili.
Il fallimento della legalità: il gioco del rimbalzo e del “re-flagging”.
La tragedia è amplificata dai cosiddetti “respingimenti informali”. In assenza di un sistema di ricerca e soccorso (Search and Rescue, SAR) coordinato, come quello del Mediterraneo, i barconi vengono rimbalzati tra le Zone Economiche Esclusive (ZEE) di Thailandia, Malaysia e Indonesia.
Sono stati documentati abusi estremi: profughi costretti a tuffarsi in mare aperto e a nuotare per chilometri verso il Myanmar sotto minaccia armata.
Nonostante l’entrata in vigore nel gennaio 2026 del Trattato per l’Alto Mare (BBNJ), adottato dalle Nazioni Unite, la protezione della vita umana nel Sud-Est asiatico resta un miraggio. Il trattato mira alla trasparenza, ma l’instabilità del Myanmar e la sovranità frammentata della regione permettono agli armatori di aggirare ogni controllo.
Cambiando bandiera (“re-flagging”) con rapidità stupefacente, le navi mascherano la propria fedina penale marittima. Sfruttando “Stati ombra” come le Comore, Panama o le Isole Cook, operano in una zona grigia burocratica.
Le autorità internazionali non inseguono navi fisiche, ma “fantasmi” che cambiano identità ogni volta che si avvicinano a un porto o a un’operazione di rifornimento, rendendo la loro cattura quasi impossibile.
L’urgenza della trasparenza.
Mentre la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia prosegue il processo per genocidio contro il Myanmar, la tragedia dei Rohingya nel Mar d’Andaman è il risultato di un’architettura criminale che sfrutta la geografia fisica e digitale del Sud-Est asiatico.
Finché il mondo permetterà l’esistenza di una flotta fantasma al di fuori di ogni regola, il mare continuerà a essere un luogo di violazioni silenziose.
Per salvare vite umane bisogna prima accendere i radar, forzare la connettività a bordo e riconoscere che ogni segnale AIS spento è un potenziale crimine contro l’umanità. Rompere il cinismo del “gioco del rimbalzo” è l’unico modo per restituire dignità a queste persone.












