di Giuseppe Gagliano –
L’arresto dell’ex primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli segna una svolta politica senza precedenti in Nepal e apre una fase carica di incognite per la stabilità del Paese.
L’ex capo di governo, insieme all’ex ministro degli Interni Ramesh Lekhak, è accusato di corresponsabilità nella morte di decine di manifestanti durante le proteste giovanili di settembre. Un passaggio che va oltre il piano giudiziario e assume un forte valore politico, perché mette in discussione l’intero sistema di potere che ha dominato negli ultimi anni.
Le proteste, guidate soprattutto dalla Generazione Z, erano esplose contro corruzione, inefficienza e chiusura della classe dirigente. La mobilitazione ha rapidamente assunto toni radicali, con attacchi a edifici pubblici e simboli del potere, evidenziando una rottura profonda tra società e istituzioni.
Su questa frattura si è costruita la legittimazione del nuovo governo guidato da Balendra Shah, che ha promesso giustizia per le vittime della repressione. L’arresto di Oli diventa così il simbolo della fine dell’impunità della vecchia élite e dell’avvio di un nuovo corso politico.
Resta però il rischio che la spinta punitiva si trasformi in vendetta politica. In un contesto istituzionale fragile come quello nepalese, l’equilibrio tra giustizia e stabilità sarà decisivo per evitare nuove tensioni.
Per anni figura centrale della politica nazionale, Oli aveva consolidato il proprio consenso su un profilo nazionalista e su uno scontro simbolico con l’India. La sua caduta evidenzia i limiti di una leadership incapace di rispondere alle domande sociali e di rinnovare le istituzioni.
La novità di questa crisi è la sua origine: non una manovra di palazzo, ma una mobilitazione popolare e generazionale che ha messo in discussione la legittimità dell’intero sistema politico.
Il Nepal si trova ora davanti a una doppia sfida: garantire responsabilità per la repressione senza scivolare in una spirale di polarizzazione e dimostrare che il cambiamento può tradursi in riforme concrete.
La crisi ha messo in luce anche la fragilità delle istituzioni, con tensioni politiche ancora elevate, ricorsi alla Corte Suprema e proteste annunciate dai sostenitori dell’ex premier.
Il nodo resta la capacità del nuovo corso di trasformare la richiesta di giustizia in un rafforzamento dello Stato. In caso contrario, la stessa rabbia che ha travolto il vecchio potere potrebbe presto rivolgersi contro i nuovi leader.
Il Nepal entra così in una fase di transizione aperta, segnata dalla fine dell’intoccabilità della classe politica e dall’emergere di una società che non accetta più compromessi al ribasso.




