di Simone Frusciante

Il prossimo 5 marzo i cittadini nepalesi si recheranno alle urne per l’elezione dei membri della Camera dei Rappresentanti, i cui esiti determineranno il primo ministro col nuovo governo. Il voto si svolge in un’atmosfera carica di tensione, dovuta alle proteste del settembre 2025, quando decine di migliaia di giovani della generazione Z manifestarono contro la corruzione e il nepotismo nella classe politica nepalese. La violenta repressione delle forze di polizia causò decine di morti.

In pochi giorni la capitale Kathmandu e altre grandi città del Paese precipitarono nel caos, con assalti a edifici come la sede del Parlamento e agli uffici dei partiti, incluse le residenze dei leader. Di fronte al pericolo di un’escalation fuori controllo, il primo ministro K.P. Sharma Oli, al suo terzo mandato, si dimise. Il presidente Ram Chandra Poudel sciolse la Camera dei Rappresentanti, convocando nuove elezioni e designando Premier ad interim Sushila Karki.

Karki, ex giudice capo della Corte suprema, è conosciuta come una delle figure chiave nella lotta alla corruzione. Dopo l’insediamento, fece un appello alla calma, garantendo che sarebbe iniziata una fase di transizione ordinata in vista delle elezioni e che le istanze dei giovani manifestanti sarebbero state ascoltate e prese in considerazione. In realtà, la stessa designazione di Karki a Premier era stata chiesta a gran voce dalla maggioranza dei manifestanti tramite un sondaggio social.

Stando ai risultati delle ultime elezioni del 2022, i cinque principali partiti a livello nazionale sono il Congresso Nepalese (NC), il Partito Comunista del Nepal Marxista-Leninista Unificato (CPN-UML), il Partito Comunista Nepalese (NCP), coalizione di partiti di sinistra erede del Partito Comunista del Nepal Centro Maoista (CPN-MC), il Rastriya Swatantra Party (RSP), partito di centro nato proprio a ridosso delle elezioni e classificatosi quarto, e il Rastriya Prajatantra Party (RPP).

Il Congresso Nepalese, dopo essere stato dominato da Sher Bahadur Deuba, che ha ricoperto la carica di Primo Ministro per cinque volte, è il solo tra i maggiori partiti nepalesi ad aver operato un cambio generazionale al vertice. Lo scorso gennaio, infatti, è stato eletto segretario generale Gagan Kumar Thapa, 49 anni, presentatosi come il volto nuovo del Congresso. Ciò, tuttavia, potrebbe non bastare a convincere i giovani elettori, che annoverano il NC tra i responsabili della decadenza del Nepal. Al partito, inoltre, non è perdonata la precedente partnership col CPN-UML, responsabile della violenta repressione nei confronti dei giovani scesi in piazza.

Alla guida del Partito Comunista del Nepal Marxista-Leninista Unificato è stato, invece, rieletto K.P. Sharma Oli, l’ex premier rimosso dalle proteste. Malgrado lo scarso sostegno popolare, ha mantenuto il potere nel partito, ma ciò potrebbe portare più svantaggi che benefici. Si ritiene assai poco probabile che il partito vinca un alto numero di seggi e ancor meno una maggioranza. Sharma Oli è accusato di aver governato in modo corrotto e autoritario ed è perciò inviso alla generazione Z.

Il Partito Comunista Nepalese (NCP) è stato fondato nel novembre 2025 dalla fusione di 11 partiti di sinistra, tra cui l’ex Centro Maoista (CPN-MC), per avere più forza alle elezioni. Il leader è un noto esponente politico, l’ex premier Pushpa Kamal Dahal, in carica per tre mandati. Nel passato, il partito ha governato tramite alleanze sia col NC che col CPN-UML. Laddove esso decidesse di prendere le distanze da entrambi, si ritiene che difficilmente potrebbe salire di nuovo al potere.

Al quarto posto c’è il Rastriya Swatantra Party (RSP), il cui leader Rabi Lamichhane, accusato di una direzione poco democratica del partito, ha ceduto la candidatura a premier a Balendra Shah, ex rapper e sindaco di Kathmandu dimessosi lo scorso gennaio per la corsa al voto. La generazione Z sostiene Shah per via dei risultati nella capitale, come il miglioramento delle infrastrutture, della gestione dei rifiuti e dell’accesso ai servizi sanitari. Da rapper, si è scagliato contro l’élite, raccogliendo consensi sui social. Una sua vittoria, affatto improbabile, sarebbe un vero terremoto politico.

Chiude, infine, il Rastriya Prajatantra Party (RPP), nettamente distinto dagli altri partiti, dal momento che esso chiede il ritorno della monarchia abolita nel 2008 e la creazione di uno Stato indù. Esso può contare sul bacino elettorale dei nostalgici della monarchia, che negli ultimi anni hanno ripetutamente dato vita a proteste di piazza, ma risulta poco credibile che riesca a fare breccia tra i giovani, i quali sono legati al regime repubblicano e laico, pur bisognoso di profonde riforme.

Il voto sarà osservato con attenzione anche all’estero, soprattutto nei due vicini India e Cina; Nuova Delhi vorrebbe un ritorno del Congresso al potere, mentre Pechino auspicherebbe un nuovo mandato di Sharma Oli. Sebbene abbiano interessi opposti, sia India che Cina gradirebbero un Primo Ministro in maggiore continuità con il passato. Una vittoria di Shah rappresenterebbe, dunque, una incognita, benché il RSP abbia promesso di avere relazioni bilanciate con entrambi i Paesi.

Pur in mancanza di previsioni ufficiali, stanti le condizioni attuali, si prevede che nessun partito riesca da solo a ottenere la maggioranza dei seggi e c’è, anzi, il pericolo di un Parlamento frammentato. Una tale eventualità imporrebbe la creazione di un governo di coalizione che potrebbe essere guidato dal NC, dal CPN-UML o dal RSP. Tuttavia, la presenza di uno dei partiti tradizionali nel nuovo esecutivo rischierebbe di ostacolare le riforme chieste dai giovani elettori, avendo effetti negativi per la stabilità interna del Nepal e incrementando la sfiducia dei cittadini verso il sistema politico.