di Giuseppe Gagliano –

Un nuovo attacco scuote il Niger e conferma come l’instabilità nella regione del Sahel sia tutt’altro che sotto controllo. Poche sere fa un’unità militare nigerina in missione a circa dieci chilometri a nord del villaggio di Sakoira è stata oggetto di un’imboscata mortale. Dodici soldati hanno perso la vita, mentre due sospetti aggressori sono stati arrestati nel corso dell’operazione.

Il luogo dell’assalto, il confine tra Niger, Burkina Faso e Mali, tristemente noto come Three Borders Area, resta l’epicentro di un’insurrezione jihadista che, da oltre un decennio, minaccia la stabilità dell’intera Africa occidentale.

Sebbene le autorità non abbiano ancora attribuito ufficialmente l’attacco, il precedente attentato alla moschea nella stessa zona, che un mese fa costò la vita a 44 civili, era stato imputato allo Stato Islamico del Grande Sahara (ISGS), una delle sigle più attive nell’area.

L’insurrezione nel Sahel affonda le sue radici nella ribellione tuareg del 2012 nel nord del Mali, ma negli anni ha cambiato volto e natura, trasformandosi in una guerra asimmetrica permanente. Il conflitto si è esteso rapidamente al Burkina Faso e al Niger, lambendo anche i Paesi costieri come Benin e Costa d’Avorio.

Il bilancio è devastante: centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, villaggi abbandonati, amministrazioni locali incapaci di garantire sicurezza o servizi.

Questa spirale di violenza ha contribuito in modo determinante ai colpi di Stato che, tra il 2020 e il 2023, hanno travolto Mali, Burkina Faso e Niger. Tre colpi di Stato militari che hanno segnato la rottura definitiva con i tradizionali partner occidentali, a partire dalla Francia e dagli Stati Uniti.

Dopo i golpe i nuovi regimi hanno cambiato radicalmente orientamento strategico: hanno allentato i legami con l’Occidente e si sono avvicinati alla Russia, cercando nuove formule di cooperazione militare e di sostegno economico.

Questo spostamento di alleanze ha alterato anche gli equilibri regionali. Il 29 gennaio 2025, Mali, Burkina Faso e Niger hanno formalizzato la loro uscita dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), rompendo una tradizione di mezzo secolo di appartenenza al blocco regionale.

La creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), accompagnata dall’introduzione di passaporti biometrici propri, ha sancito la nascita di un nuovo polo politico-militare, deciso a difendere la propria autonomia contro le pressioni internazionali per un ritorno alla governance civile.

Mentre i governi militari tentano di consolidare il potere, i gruppi jihadisti continuano ad approfittare della situazione di vuoto politico e della debolezza delle istituzioni statali.

Gli attacchi contro forze armate, stazioni di polizia, convogli militari e civili si moltiplicano, creando un clima di insicurezza diffusa e rendendo sempre più difficile la ripresa socio-economica delle aree rurali.

La regione delle “tre frontiere”, teatro dell’ultima strage, rimane una delle aree più pericolose al mondo: un terreno ideale per i gruppi affiliati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico, che competono fra loro per il controllo di rotte commerciali, risorse naturali e popolazioni vulnerabili.

L’attacco di Sakoira dimostra ancora una volta come la crisi del Sahel sia diventata una delle sfide più complesse per la sicurezza internazionale.

Gli strumenti tradizionali di intervento, missioni militari straniere, cooperazione allo sviluppo, iniziative diplomatiche, sembrano incapaci di arrestare la deriva.

Senza una strategia integrata che combini sicurezza, sviluppo economico, riconciliazione sociale e governance legittima, il rischio è che il Sahel sprofondi ulteriormente in una condizione di guerra perenne, con conseguenze destabilizzanti per l’intero continente africano e oltre.