di Giuseppe Gagliano –

Nel suo intervento all’Assemblea Generale dell’ONU, il premier nigerino Ali Mahaman Lamine Zeine ha accusato la Francia di addestrare e finanziare milizie per destabilizzare il Paese dopo l’espulsione delle truppe francesi nel 2023. Parigi viene descritta come artefice di una campagna di disinformazione e di un blocco finanziario che avrebbe l’obiettivo di isolare Niamey nelle istituzioni internazionali. Sullo sfondo, la scelta del Niger di ritirarsi dalla Corte penale internazionale e di rivendicare una piena sovranità economica.

Zeine ha evocato la memoria delle violenze coloniali francesi, dalla missione Voulet-Chanoine del 1898 fino alle proteste represse a Tera nel 2021, per dipingere un filo rosso di ostilità mai interrotto. Questo richiamo storico serve a legittimare la narrativa della giunta al potere dal colpo di Stato del 2023: presentarsi come forza di liberazione contro un’influenza straniera che avrebbe continuato a condizionare il Paese anche in epoca post-coloniale.

Il cuore della contesa resta l’uranio. A giugno Niamey ha nazionalizzato Somair, storica filiale di Orano (ex Areva), accusando la Francia di avere prosperato per decenni lasciando al Niger solo inquinamento e povertà. L’arbitrato internazionale che ha imposto al Niger di non vendere il minerale prodotto dalla Somair è stato respinto dalla giunta come un’ingerenza nelle risorse nazionali. La disputa mostra come il controllo delle materie prime stia diventando un’arma politica e diplomatica nel nuovo confronto tra Sahel e vecchia potenza coloniale.

Le tensioni con Parigi s’intrecciano con la minaccia di un intervento armato dell’ECOWAS per ristabilire l’ordine costituzionale, che Niamey interpreta come un pretesto francese per tornare a influenzare l’area. Intanto l’ex presidente Bazoum rimane agli arresti domiciliari, mentre il Consiglio militare rafforza il proprio potere interno.

Il braccio di ferro tra Niamey e Parigi può pesare sul mercato globale dell’uranio e sui programmi nucleari europei, accentuando la concorrenza di Russia e Cina per l’accesso alle risorse saheliane. L’isolamento del Niger dalle istituzioni finanziarie multilaterali rischia di aggravare la crisi economica interna e di spingere il Paese verso nuovi partner strategici extra-occidentali.