di Giuseppe Gagliano –
I due attacchi jihadisti che hanno insanguinato lo Stato nigeriano di Adamawa, con almeno ventotto morti tra civili e militari, non sono soltanto l’ennesimo episodio di violenza nel nord-est della Nigeria. Sono il segnale di una mutazione strategica del jihadismo nell’Africa occidentale. Quando uomini armati su motociclette entrano in un mercato, sparano sulla popolazione, saccheggiano viveri, bestiame e mezzi di trasporto, non stanno solo seminando terrore: stanno riaffermando il controllo sul territorio attraverso la violenza, la mobilità e la predazione economica.
La scelta degli obiettivi non è casuale. Colpire un mercato significa attaccare insieme la sicurezza, l’economia locale e la fiducia collettiva. Colpire poi una seconda area, come Hong, dove vengono uccisi anche militari, significa trasmettere un messaggio ulteriore: lo Stato è vulnerabile, le sue forze non bastano a proteggere neppure i presidi essenziali. In questo senso Boko Haram, o le formazioni ad esso riconducibili, non agiscono solo come gruppo terroristico, ma come potere destabilizzante che punta a svuotare la presenza statale.
Il dato più importante non è il numero delle vittime, pur drammatico. È il contesto in cui questi attacchi si inseriscono. Il rapporto ACLED segnala un aumento del novanta per cento degli incidenti violenti tra il 2024 e il 2025 nella fascia di confine tra Niger, Benin e Nigeria, con oltre mille vittime. Questo significa che non siamo più davanti a un’insurrezione confinata nelle storiche roccaforti del Borno o dell’Adamawa. Siamo davanti a una diffusione geografica del jihadismo che tende a saldare il Nord-Est nigeriano con il più ampio spazio saheliano.
Qui emerge una dinamica decisiva. Le sigle cambiano, le affiliazioni oscillano tra reti legate ad al Qaida e allo Stato Islamico, ma la logica resta la stessa: sfruttare le aree dove il controllo statale è debole, trasformare le periferie in santuari operativi e usare la violenza contro civili e forze di sicurezza come strumento di espansione. L’avanzata nei dipartimenti del Benin, nelle regioni del Niger e negli Stati nigeriani del Nord-Ovest dimostra che il jihadismo non segue più una geografia lineare, ma una geografia opportunistica: colpisce dove trova vuoti di potere.
Sul piano militare, l’elemento più allarmante è la combinazione tra mobilità tattica e profondità territoriale. L’uso massiccio di motociclette consente ai gruppi armati di muoversi rapidamente, colpire obiettivi vulnerabili e ritirarsi prima di una risposta efficace delle forze regolari. È una tattica semplice, ma estremamente efficace in aree rurali, con strade limitate, copertura statale debole e intelligence frammentata.
La morte di soldati a Hong conferma inoltre che l’insurrezione mantiene capacità offensive contro bersagli militari e non si limita alla predazione contro civili. Questo indica che, nonostante anni di operazioni di controinsurrezione, le forze nigeriane continuano a soffrire di limiti strutturali: difficoltà di presidio capillare, vulnerabilità logistica, lentezza di reazione e insufficiente controllo delle aree periferiche. L’addestramento fornito dagli Stati Uniti può migliorare alcune capacità tattiche, ma non risolve da solo il problema essenziale: senza una presenza stabile sul terreno, il successo militare resta episodico.
Da oltre quindici anni la Nigeria combatte questa guerra. Più di quarantamila morti e circa due milioni di sfollati non sono solo cifre umanitarie: sono il conto politico ed economico di un conflitto che ha eroso la credibilità dello Stato, impoverito intere regioni e bloccato ogni prospettiva di sviluppo stabile nel Nord del Paese.
Ogni attacco a un mercato, a un villaggio, a una via di comunicazione distrugge non solo vite, ma anche circuiti commerciali locali, reti agricole, fiducia negli scambi e mobilità interna. Quando le comunità fuggono, non si svuotano soltanto i villaggi: si spezzano le filiere economiche, si riduce la produzione, aumentano i costi di sicurezza e si allarga il divario tra centro e periferia. Il jihadismo prospera anche su questa desertificazione economica, perché si inserisce dove lo Stato non garantisce protezione né prospettiva.
La Nigeria non affronta più soltanto una minaccia interna. Sta subendo l’effetto di un contagio regionale alimentato dalla crisi del Sahel. I colpi di Stato in Mali, Burkina Faso e Niger hanno mostrato il fallimento delle classi dirigenti locali nel contenere l’insurrezione, ma non hanno prodotto una stabilizzazione. Al contrario, il vuoto politico e la militarizzazione del potere hanno spesso moltiplicato le aree grigie in cui le formazioni jihadiste possono espandersi.
Questo significa che la sicurezza nigeriana è ormai inseparabile da quella dei Paesi confinanti. Se le frontiere restano porose e se i gruppi armati continuano a coordinarsi, competere e propagandare apertamente le proprie operazioni, allora la minaccia non sarà più soltanto Boko Haram in senso stretto, ma una costellazione di attori jihadisti capaci di adattarsi, allearsi o scontrarsi senza smettere di crescere.
Il nodo centrale è questo: la risposta militare resta necessaria, ma non basta. La Nigeria può condurre raid, rafforzare i presidi e ricevere supporto esterno, ma senza ricostruzione amministrativa, presenza civile dello Stato, protezione dei mercati, controllo delle rotte rurali e recupero della fiducia delle comunità, ogni successo tattico sarà temporaneo.
Gli attacchi di Adamawa dimostrano che il terrorismo non è affatto contenuto. Si adatta, si sposta, si allarga. E mentre cambia forma, trasforma l’insicurezza in una malattia cronica che colpisce insieme lo Stato, l’economia e la coesione sociale. La vera sfida per Abuja non è solo respingere un’incursione, ma impedire che un’intera fascia del Paese venga lentamente normalizzata alla guerra.












