di Giuseppe Gagliano

Gli Stati Uniti hanno approvato una vendita di armi alla Nigeria del valore di 346 milioni di dollari. Un pacchetto che comprende bombe a caduta libera MK-82, sistemi di precisione APKWS, razzi ad alto esplosivo e kit di bombe a guida laser. La dichiarazione ufficiale del Dipartimento di Stato parla di rafforzare un partner strategico nell’Africa occidentale, ma la realtà va oltre la retorica della cooperazione.

Da oltre dieci anni il nord-est della Nigeria è teatro della violenza di Boko Haram e dello Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP). L’insurrezione ha provocato migliaia di morti e milioni di sfollati, logorando comunità e istituzioni. Le autorità di Abuja hanno intensificato le operazioni, rivendicando successi: 592 terroristi eliminati e oltre 200 veicoli distrutti negli ultimi otto mesi. Il capo di stato maggiore dell’Aeronautica, Hasan Abubakar, ha sottolineato che la campagna aerea è diventata “più rapida, precisa e chirurgica”.

Eppure i dati del Global Terrorism Index mostrano una realtà diversa. Nel 2024, il Sahel ha concentrato il 51% delle vittime di terrorismo a livello globale. In altre parole, la regione non si pacifica, ma continua a essere il centro mondiale della violenza jihadista.

Washington non si limita a fornire armi. Con questa vendita, rafforza un modello che lega la sicurezza africana alla tecnologia e all’assistenza americana. È una scelta che consolida l’influenza USA nella regione, soprattutto nel Golfo di Guinea, sempre più al centro delle rotte commerciali e energetiche. Ma al tempo stesso, crea una dipendenza strutturale della Nigeria da forniture, manutenzione e personale tecnico statunitense.

Per gli Stati Uniti, la lotta al terrorismo diventa strumento di penetrazione geopolitica, giustificazione per proiettare potenza in un’area contesa anche da Russia e Cina.

La Nigeria, con le sue dimensioni demografiche ed economiche, dovrebbe essere il pilastro della stabilità regionale. Ma l’insistenza sulla risposta militare rischia di indebolire le riforme politiche e sociali necessarie a lungo termine. Ogni vittoria tattica, come l’eliminazione di cellule jihadiste, viene compensata dall’incapacità di affrontare le radici del conflitto: povertà, marginalizzazione delle comunità, crisi climatica che devasta l’agricoltura e competizione per le risorse.

La stessa fornitura di bombe MK-82, già usate in teatri come Gaza, solleva interrogativi etici: quale prezzo pagheranno i civili nigeriani se le operazioni “chirurgiche” si tradurranno in danni collaterali?

La Nigeria, che dovrebbe investire prioritariamente in sviluppo infrastrutturale e sociale, si trova a destinare miliardi di dollari al riarmo. Un mercato che arricchisce le aziende militari americane e che conferma la centralità dell’industria della difesa statunitense nella geopolitica africana.

Ma questa dinamica lascia aperta una contraddizione: un Paese che possiede enormi risorse energetiche e potenziale agricolo resta bloccato in un ciclo di guerra e spesa militare, mentre la sua popolazione affronta precarietà economica e instabilità.

La vendita di armi alla Nigeria non è solo un contratto commerciale. È un tassello nella più ampia competizione globale per il controllo del Sahel e dell’Africa occidentale. Per Abuja rappresenta un’opportunità immediata di rafforzare la propria campagna militare. Per Washington è una strategia di influenza. Ma per le popolazioni locali rischia di essere un altro capitolo di guerra infinita, dove la sicurezza resta promessa e mai realtà, e dove lo sviluppo continua a essere sacrificato sull’altare della militarizzazione.