di Giuseppe Gagliano –
La strage nello Stato di Plateau, nel cuore della Nigeria, con almeno trenta morti nella comunità di Gari Ya Waye, riaccende i riflettori su un conflitto che continua a essere frainteso. Non è una semplice guerra di religione. Ridurre la violenza a uno scontro tra cristiani e musulmani significa ignorare le vere cause di una crisi che da anni devasta la Middle Belt, una regione dove competizione per la terra, pressione demografica, cambiamenti climatici e debolezza dello Stato si intrecciano in modo esplosivo.
La lettura confessionale resta la più diffusa perché è immediata e politicamente utile, soprattutto in parte del dibattito occidentale. Ma non basta a spiegare l’escalation di massacri. Nella Middle Belt la contrapposizione tra agricoltori, in gran parte cristiani, e pastori, spesso musulmani, è reale, ma è solo la superficie di un conflitto più profondo. Alla base c’è la progressiva scarsità di risorse e il crollo dei meccanismi locali di convivenza che per anni avevano garantito un equilibrio fragile ma funzionante.
Il vero terreno dello scontro è il controllo del territorio. I pascoli si riducono, le aree coltivabili si espandono, i percorsi tradizionali della transumanza si restringono. Siccità, degrado ambientale e crescita della popolazione hanno esasperato le tensioni. Dove un tempo esistevano margini di adattamento, oggi prevale una logica di esclusione che alimenta la violenza.
In questo contesto la religione diventa un moltiplicatore del conflitto. Non è la causa principale, ma uno strumento di mobilitazione. Quando lo Stato non riesce a garantire sicurezza e accesso equo alle risorse, le identità religiose ed etniche vengono trasformate in armi. Si combatte in nome della fede, ma in realtà si lotta per terra, acqua e sopravvivenza economica.
La fragilità dello Stato nigeriano aggrava ulteriormente la crisi. L’imposizione del coprifuoco dopo la strage rappresenta una risposta emergenziale che arriva sempre dopo, senza incidere sulle cause profonde. Abuja deve affrontare contemporaneamente jihadismo nel Nord-Est, banditismo, separatismo, pirateria e conflitti locali. Una molteplicità di fronti che disperde risorse e capacità, trasformando la Middle Belt in una zona grigia dove milizie, criminalità e vendette si sovrappongono.
Anche sul piano internazionale persistono gravi errori di interpretazione. Le dichiarazioni di Donald Trump sul presunto genocidio dei cristiani e sull’ipotesi di interventi militari statunitensi mostrano una lettura ideologica che rischia di aggravare la situazione. Presentare il conflitto come una guerra religiosa significa rafforzare le divisioni settarie e offrire nuovi argomenti ai gruppi armati, mentre un eventuale intervento esterno potrebbe destabilizzare ulteriormente il Paese.
La crisi nigeriana ha inoltre implicazioni che vanno oltre i confini nazionali. La Nigeria è una potenza demografica, un attore chiave per la sicurezza del Golfo di Guinea e un importante esportatore di energia. L’instabilità interna produce effetti regionali e globali, tra flussi migratori, rischi per gli investimenti e crescita delle economie illegali. Allo stesso tempo, la violenza diffusa impedisce al Paese di trasformare il proprio potenziale in sviluppo, drenando risorse verso la sicurezza e la gestione continua dell’emergenza.
Quella che si consuma nella Middle Belt è, in realtà, una guerra ambientale e sociale travestita da conflitto religioso. La pressione sulle risorse, l’assenza di politiche efficaci e il progressivo arretramento dello Stato hanno creato le condizioni per un’escalation che oggi appare fuori controllo. La strage del Plateau non è un episodio isolato, ma il segnale di una crisi strutturale che continua a essere sottovalutata e raccontata con categorie sbagliate.












