
di Giuseppe Gagliano –
Donald Trump ha messo la Nigeria dentro una cornice che negli Stati Uniti pesa più della geografia: la protezione dei cristiani. In un’intervista pubblicata di recente, il presidente Usa ha detto che i raid aerei statunitensi del 25 dicembre nello Stato di Sokoto contro miliziani islamisti vorrebbe fossero un episodio isolato. Ma ha aggiunto una condizione che suona come ultimatum: se le uccisioni di cristiani continueranno, gli attacchi potranno ripetersi “molte volte”. È una frase che parla al mondo, ma soprattutto a casa sua, dove l’elettorato evangelico chiede da anni un linguaggio duro e un’azione visibile.
L’operazione sarebbe stata coordinata con Abuja e avrebbe colpito un gruppo noto come Lakurawa, attivo in un’area rurale, povera e quasi interamente musulmana vicino al confine con il Niger. Qui sta la contraddizione che alimenta dubbi: perché legare un raid a un tema religioso, se il gruppo agisce soprattutto con estorsioni e controllo del territorio, imponendo una versione rigorosa della legge islamica? Le informazioni sull’effetto dei bombardamenti restano scarse: da un lato valutazioni preliminari statunitensi parlano di “diversi terroristi” uccisi; dall’altro circolano racconti non verificabili su decine, forse centinaia di combattenti colpiti e su fughe verso il Niger. Anche alcuni danni collaterali, con detriti caduti lontano dall’area dell’obiettivo e feriti in un albergo, alimentano l’impressione di un’azione più dimostrativa che chirurgica.
Il governo nigeriano respinge l’idea di una persecuzione mirata, insistendo su un punto scomodo ma documentato da chi monitora la violenza politica: in molte aree del Paese le vittime dei gruppi jihadisti sono spesso musulmane quanto i cristiani, e talvolta in maggioranza. Trump, incalzato su questo, ha ammesso che anche i musulmani vengono uccisi, ma ha sostenuto che “per lo più” sarebbero cristiani. È la tipica frizione tra propaganda e realtà sul terreno: in Nigeria la violenza ha molte facce e molte cause, e ridurla a un’unica categoria rischia di trasformare un problema di sicurezza in una miccia identitaria.
Sul piano operativo, i raid aerei in Nigeria aprono un precedente: gli Stati Uniti non si limitano a intelligence, addestramento e cooperazione, ma entrano in un teatro che non è il cuore tradizionale della loro “guerra al terrorismo” africana. Questo può dare un vantaggio tattico, ma crea tre rischi strategici. Primo: l’attribuzione. Se il bersaglio non è chiaramente legato allo Stato islamico o a reti transnazionali, l’azione diventa contestabile e meno difendibile. Secondo: l’adattamento del nemico. Gruppi piccoli e mobili possono disperdersi, attraversare frontiere porose e confondersi con bande criminali locali. Terzo: la legittimità. Anche con l’assenso del presidente nigeriano, la percezione pubblica può scivolare verso l’idea di una sovranità compressa, specie se i raid vengono giustificati con argomenti religiosi.
La Nigeria è un gigante demografico, una potenza regionale e un nodo energetico. Ogni instabilità interna, soprattutto nel Nord, pesa sui corridoi commerciali, sui flussi migratori e sugli equilibri del Sahel, già segnato da colpi di Stato, fragilità statali e concorrenze esterne. Per Washington, mostrare capacità d’intervento significa anche presidiare un’area dove avanzano influenza cinese e russa, in forme diverse, dalla sicurezza alle infrastrutture. Ma l’uso della categoria “cristiani sotto attacco” spinge il confronto su un terreno scivoloso: se la sicurezza viene letta come guerra tra fedi, si alimentano reclutamento, vendette e polarizzazione, cioè esattamente ciò che rende un Paese meno governabile e più dipendente da aiuti esterni.
Un ciclo di raid ripetuti non è solo un fatto militare. Ha un prezzo economico diretto per chi li compie e, soprattutto, un costo indiretto per chi li subisce: investimenti che si allontanano dalle aree percepite a rischio, agricoltura penalizzata, trasporti interni più cari, assicurazioni e logistica più costose. In un Paese da oltre 230 milioni di abitanti, spaccato grossolanamente tra un Sud a maggioranza cristiana e un Nord a maggioranza musulmana, la stabilità è un moltiplicatore economico. Se la sicurezza diventa terreno di competizione politica tra Washington e Abuja, o di propaganda interna per entrambe, la Nigeria rischia di pagare due volte: in coesione sociale e in crescita.
L’avvertimento di Trump sembra muoversi su una doppia rotaia. All’esterno: pressione su Abuja e segnale ai gruppi armati. All’interno: dimostrare alla propria base che la Casa Bianca “fa qualcosa” e lo fa in modo spettacolare. La domanda decisiva, però, resta una: colpire dall’alto riduce davvero l’insicurezza nigeriana o la sposta soltanto, alimentando nuove fratture? Se la risposta non arriva in fretta, il rischio è che l’America si ritrovi invischiata in un labirinto africano dove i confini contano poco, le etichette ideologiche cambiano spesso e la religione, usata come slogan, finisce per diventare carburante.











