di Giuseppe Gagliano –

Con un raid aereo le forze della Nigeria hanno eliminato oltre 35 jihadisti lungo il confine con il Camerun. Si tratta solo l’ennesimo capitolo di una guerra che il Nigeria combatte da più di sedici anni. Boko Haram prima, e la sua propaggine più recente (Iswap), legata allo Stato Islamico, hanno trasformato l’intero nord-est del Paese in un campo di battaglia permanente. Nonostante i successi tattici delle forze armate, la spirale di violenza continua a rinnovarsi. Il dato militare si intreccia con un contesto socioeconomico drammatico: villaggi distrutti, comunità sfollate, infrastrutture compromesse.

Il nord del Nigeria è da anni un’area impoverita, con livelli di disoccupazione giovanile altissimi e una scarsissima presenza dello Stato. Questa fragilità economica è uno dei terreni più fertili per il reclutamento jihadista. Ogni raid aereo, pur colpendo i militanti, non interviene sulle cause strutturali della ribellione: povertà, esclusione, conflitti etnici e marginalizzazione politica. Senza un piano di sviluppo serio, il ciclo di insurrezione e repressione non può che perpetuarsi.

L’uso delle forze aeree rientra in una logica di compensazione: l’esercito nigeriano fatica a garantire il controllo terrestre in aree estese, spesso di difficile accesso, e preferisce colpire dall’alto con operazioni mirate. Tuttavia, questa strategia ha limiti evidenti. Gli attacchi aerei riducono momentaneamente la capacità operativa dei jihadisti, ma raramente riescono a smantellare le reti logistiche e i corridoi di mobilità transfrontalieri. Anzi, la natura mobile e reticolare delle milizie islamiste rende difficile stabilizzare davvero il territorio.

Il confine con il Camerun rappresenta un punto nevralgico. L’instabilità del bacino del Lago Ciad coinvolge direttamente non solo Nigeria e Camerun, ma anche Ciad e Niger. La cooperazione militare fra questi Paesi resta fragile e spesso ostacolata da diffidenze reciproche. In assenza di un coordinamento strutturato, i gruppi jihadisti approfittano delle linee di confine porose per spostarsi, riorganizzarsi e alimentare nuovi focolai di violenza. Sul piano geopolitico, la vicenda mostra ancora una volta come la lotta al terrorismo africano resti confinata a iniziative locali, senza una vera strategia multilaterale capace di unire risorse militari, intelligence e sostegno allo sviluppo.

Il jihadismo colpisce proprio in aree dove passano rotte commerciali e corridoi energetici vitali. Il nord del Paese è crocevia per scambi agricoli e vie di transito verso il Camerun, il Ciad e il Niger. Ogni attacco alle infrastrutture, ai villaggi o alle strade di collegamento significa isolare ulteriormente le comunità e rendere sempre più difficile la ripresa economica. Per Abuja, mantenere la sicurezza non è quindi solo una questione militare ma anche economica: senza stabilità, gli investimenti, interni ed esteri ,continueranno a fuggire, aggravando la dipendenza del Paese dal petrolio estratto nel sud.

Il raid di ieri mostra la volontà del governo di non arretrare, ma conferma anche la natura circolare di questa guerra. Ogni offensiva è seguita da nuove rappresaglie, ogni successo militare rischia di trasformarsi in un’illusione. La verità è che il jihadismo nel nord della Nigeria è ormai radicato in una crisi complessa che non può essere risolta con la sola forza delle armi. Senza un progetto politico, economico e regionale, il Paese rischia di restare intrappolato in un conflitto che consuma risorse, mina la coesione nazionale e destabilizza l’intera Africa occidentale.