di Giuseppe Gagliano –

Il 4 ottobre il quartier generale della Difesa della Nigeria ha arrestato 16 alti ufficiali, definendo l’episodio un atto di “indisciplina e violazione delle norme di servizio”. La versione ufficiale, ribadita il 18 ottobre, nega qualsiasi collegamento con un tentativo di colpo di Stato. Tuttavia, diverse fonti militari e media locali come Sahara Reporters e Premium Times sostengono che si tratti in realtà di un complotto contro il presidente Bola Tinubu.

Le autorità militari affermano che la vicenda nasce da tensioni interne, legate alle carriere bloccate e ai fallimenti nei concorsi per le promozioni. Ma in un Paese con una lunga storia di colpi di Stato, l’interpretazione ufficiale ha suscitato scetticismo. A rafforzare i sospetti è stata anche la cancellazione della parata per il Giorno dell’Indipendenza del 1° ottobre: un segnale percepito come indicativo di allerta e timori di instabilità.

L’esercito nigeriano è provato da anni di lotta contro l’insurrezione jihadista nel Nord del Paese, in particolare contro Boko Haram, che dal 2009 ha causato oltre 40mila morti e 2 milioni di sfollati. A questa minaccia si aggiungono banditismo, tensioni etniche e movimenti secessionisti. In un simile contesto, la stabilità interna delle forze armate è cruciale per evitare derive autoritarie o nuove avventure militari.

Gli attuali vertici militari, tra cui il capo di stato maggiore della difesa Christopher Musa, hanno più volte dichiarato fedeltà all’ordine democratico, ribadendo che “la democrazia è ciò che sosteniamo e continueremo a difendere”. Queste parole intendono rassicurare l’opinione pubblica e i partner internazionali, ma si scontrano con la sfiducia crescente di una popolazione impoverita e disillusa.

Tra il 1966 e il 1995 la Nigeria ha vissuto nove colpi di Stato o tentativi di golpe. L’ultimo grande episodio risale al 1997, quando il generale Sani Abacha accusò il suo vice, Oladipo Diya, di aver complottato contro di lui. Da allora, il Paese ha vissuto 26 anni consecutivi di governo civile, un’anomalia positiva rispetto alla storia precedente. Ma gli eventi degli ultimi mesi — inclusi i colpi di Stato in Mali, Burkina Faso, Niger, Gabon e Madagascar — alimentano paure di un “effetto domino” nel continente.

La Nigeria, per la sua importanza economica e militare, è considerata un pilastro della stabilità dell’Africa occidentale. Per questo motivo qualsiasi segnale di frizione interna tra esercito e potere civile assume una portata geopolitica immediata.

Il malcontento popolare cresce. Il portavoce dell’opposizione Obidient Movement, Tanko Yunusa, ha avvertito che “le persone sono stanche e affamate”, suggerendo che anche nelle forze armate possa serpeggiare la stessa frustrazione diffusa nel Paese. Al contrario, esponenti del New Nigeria People’s Party (NNPP) insistono sulla fedeltà della popolazione alla democrazia, pur riconoscendo che i benefici concreti per i cittadini sono scarsi.

La gestione di questo episodio avviene in un contesto politico fragile: Tinubu, salito al potere nel 2023, deve affrontare difficoltà economiche e pressioni sociali crescenti. L’esercito è al centro di questa tensione: chiamato a garantire la sicurezza nazionale, ma anche a non farsi tentare dalla scorciatoia autoritaria.

La Nigeria è membro fondatore della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), organismo già indebolito dai colpi di Stato nei Paesi vicini. Un eventuale scossone interno a Abuja indebolirebbe ulteriormente la capacità di reazione regionale di fronte alle derive militari nel Sahel. Inoltre, il Paese è un partner strategico per Stati Uniti ed Europa nella lotta al terrorismo e nella gestione dei flussi migratori, rendendo la sua stabilità una questione di sicurezza internazionale.

Che si tratti di un reale complotto o di un episodio disciplinare gestito in modo opaco, il segnale politico è chiaro: la Nigeria attraversa una fase delicata, in cui tensioni sociali, sfiducia politica e fragilità militare possono intrecciarsi. Se il governo non riuscirà a dare risposte concrete alle difficoltà economiche e sociali, il rischio non è solo un colpo di Stato, ma un lento logoramento della fiducia nei meccanismi democratici.