di Giovanni Ciprotti

Il voto britannico del 23 giugno scorso e le sue possibili conseguenze sono state al centro di un incontro dal titolo “Eurexit? Prospettive geopolitiche e scenari geoeconomici dopo la Brexit”, organizzato il 14 luglio a Roma dalla Società Geografica Italiana presso la propria sede, nella splendida cornice di Villa Celimontana. Al dibattito hanno partecipato docenti universitari di economia e di storia, giornalisti e esperti di affari internazionali.

Il prof. Vittorio Amato – docente di economia all’Università “Federico II” di Napoli – è stato il primo relatore ed ha presentato alcune carte tematiche per sottolineare che le zone in cui il “Leave” ha ottenuto più voti coincidono con i distretti più depressi dal punto di vista economico. Correlazioni analoghe sono state illustrate prendendo in considerazione la distribuzione del PIL pro-capite in Francia, per rilevare che le aree francesi economicamente più svantaggiate sono state quelle in cui il Front National ha riscosso, nelle ultime sfide elettorali, i maggiori consensi. Situazioni simili possono essere riscontrate in altri paesi europei e la chiave di lettura suggerita è che le formazioni antisistema, nazionaliste ed euroscettiche riescono ad emergere più facilmente nelle aree e tra le fasce di popolazione economicamente più arretrate.

Non si tratta di un fenomeno esclusivamente europeo. Il prof. Angus Deaton, premio Nobel per l’economia nel 2015, in una recente intervista pubblicata il 1° luglio dal quotidiano “la Repubblica” ha dichiarato: “Quello che non riesco a spiegarmi, che non mi dà pace, è che a favore della conservazione più retriva, da Farage a Trump, si siano schierate le fasce più svantaggiate, dagli abitanti di Tower Hamlets, il distretto degli immigrati di Londra dove il 30% dei bambini vive sotto la soglia di povertà, a quelli di Sunderland, una cittadina che grazie alla globalizzazione vive quasi esclusivamente in virtù di una fabbrica della Honda”.

Nell’esaminare le cause che non hanno contribuito a rafforzare la coesione della Unione Europea, i relatori si sono confrontati sul processo di allargamento avviato qualche anno dopo il collasso del blocco sovietico e realizzato una decina di anni fa. L’inclusione dei Paesi europei ex-comunisti – ha spiegato la prof.ssa Daniela Felisini, docente di storia all’Università “Tor Vergata” di Roma – “è stata fortemente voluta da alcuni Paesi, come la Germania, ma non ha favorito il processo di integrazione europea”. Ha rincarato la dose Salvatore Santangelo – giornalista dell’Huffington Post – ricordando che anche la Gran Bretagna aveva spinto per l’ammissione dei Paesi dell’Europa dell’Est, con l’intento di indebolire la struttura di quella che sarebbe poi divenuta la Unione Europea.

Ma il tema su cui i relatori si sono trovati più concordi sia nel ritenerla una delle cause della crisi della UE sia uno dei punti di debolezza che grava sul futuro del continente, è stato l’assenza di leader capaci di guidare i popoli europei e di offrire un disegno politico organico sul quale chiedere il consenso della pubblica opinione.

A sostegno di tale giudizio, il prof. Gianluca Ansalone – docente di geopolitica, geoeconomia e strategia presso la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale – commentava così la scelta del premier britannico David Cameron di indire la consultazione popolare sulla Brexit: “Margaret Thatcher, che pure in più occasioni aveva manifestato la sua avversione nei confronti di Bruxelles, non si sarebbe mai sognata di sottoporre ad un referendum la decisione sulla uscita dalla Unione Europea”.

Sul piano delle prospettive future Piero Schiavazzi – giornalista dell’Huffington Post – ha richiamato l’attenzione sulla strategia geopolitica di papa Francesco, ricordando in particolare due eventi. Il primo risale al 25 novembre 2014, quando papa Bergoglio tenne un discorso al Parlamento europeo di Strasburgo, in un momento in cui uno dei temi caldi era l’ingresso della Turchia nella Unione, e non fece cenno alla Turchia. Tre giorni dopo giunse in visita ad Ankara, dove incontrò il presidente Recep Erdogan. In terra turca – ricorda Piero Schiavazzi – il pontefice non parlò di Europa (si limiterà a dire “la Turchia sia ponte tra i due continenti”, n.d.a.). Il messaggio era chiaro, sostiene il giornalista dell’Huffington Post: la Turchia non deve entrare nella UE.

Il secondo episodio ricordato da Schiavazzi è più recente e risale a tre giorni dopo l’esito del referendum sulla Brexit: papa Francesco parla di una “sana disunione”, che può essere interpretata come una preferenza per una confederazione europea, in alternativa alla chimera degli Stati Uniti d’Europa, la visione federalista di Jean Monnet, Robert Schuman e Altiero Spinelli.

E i leader politici europei come reagiscono a questa strategia geopolitica vaticana? Purtroppo senza una proposta politica. E’ questo il punto centrale emerso dall’incontro sulla “Eurexit”.

L’ultimo relatore, Vincenzo Scotti – più volte ministro della [Prima] Repubblica – ha spiegato che il voto britannico non è un voto ai Tories, ma un voto contro il “non-governo” (europeo).

La progressiva rinuncia alla “discrezionalità” della politica e la delega della soluzione dei problemi ai tecnocrati di Bruxelles hanno allontanato i cittadini europei dalle loro istituzioni comunitarie. E per rinforzare il concetto, l’ex-ministro prende in prestito le parole di Beniamino Andreatta: “questi sono dei ragionieri che si illudono di diventare governanti”.