di Giuseppe Gagliano –

La Norvegia continuerà a cercare ed estrarre petrolio e gas nel Mare di Barents, anche di fronte alle politiche ambientali dell’Unione Europea. Il ministro dell’Energia Terje Aasland ha ribadito che lo sfruttamento delle risorse artiche rientra nelle decisioni sovrane di Oslo, che non intende sacrificare la propria politica industriale per sostenere da sola i costi della transizione energetica europea.

La posizione norvegese assume particolare rilevanza dopo la guerra in Ucraina. Con la drastica riduzione delle forniture russe, la Norvegia è diventata il principale fornitore di gas naturale dell’Europa, contribuendo in maniera decisiva alla sicurezza energetica del continente. Oslo ritiene quindi contraddittorio chiedere contemporaneamente forniture sicure, prezzi sostenibili e la rinuncia allo sviluppo di nuovi giacimenti.

La produzione norvegese di gas rimane vicina ai massimi storici, mentre quella petrolifera ha raggiunto livelli che non si registravano dal 2009. Le previsioni indicano tuttavia un possibile forte declino dopo il 2030 in assenza di nuove riserve. Per mantenere produzione ed esportazioni su livelli elevati almeno fino al 2035, il Mare di Barents assume quindi un’importanza crescente.

Gli ambientalisti sostengono che i nuovi giacimenti potrebbero entrare in funzione quando la domanda europea di combustibili fossili sarà già diminuita, rendendo meno redditizi gli investimenti. Oslo replica che l’Europa non rappresenta l’unico mercato disponibile. Il petrolio può essere venduto a livello mondiale e il gas naturale liquefatto può raggiungere anche i mercati asiatici attraverso infrastrutture come l’impianto di Melkøya, vicino a Hammerfest.

Anche Equinor ha sottolineato il rischio per l’Europa di rinunciare alle forniture norvegesi. Per Oslo il rapporto con Bruxelles è sempre più basato su una reciproca dipendenza: l’Unione Europea dispone di un enorme mercato e di un forte potere regolamentare, mentre la Norvegia controlla risorse energetiche e infrastrutture diventate strategiche dopo la rottura con Mosca.

Il governo norvegese sostiene inoltre che eventuali restrizioni europee sugli idrocarburi artici non determinerebbero necessariamente una riduzione del consumo mondiale. Oslo potrebbe semplicemente dirottare parte della produzione verso altri compratori, mentre l’Europa sarebbe costretta a trovare fornitori alternativi.

La questione energetica si intreccia inoltre con la crescente importanza strategica dell’Artico. La Norvegia confina con la Russia e si trova davanti alla penisola di Kola, dove Mosca concentra importanti forze navali e nucleari. Lo sviluppo di piattaforme, terminali, gasdotti e collegamenti energetici nel nord aumenta quindi anche la necessità di proteggere infrastrutture vulnerabili a sabotaggi, attacchi informatici e operazioni clandestine.

L’espansione delle attività nel Mare di Barents contribuisce allo stesso tempo a rafforzare la presenza economica e demografica norvegese nelle regioni settentrionali. Oslo sostiene che le aree interessate dalle esplorazioni siano prive di ghiacci e presentino condizioni operative paragonabili a quelle del Mare del Nord, mentre le organizzazioni ambientaliste avvertono che eventuali incidenti avrebbero conseguenze particolarmente gravi per il fragile ecosistema artico.

Aasland ha inoltre ridimensionato l’idea della Norvegia come “batteria verde” dell’Europa. Il Paese produce grandi quantità di energia idroelettrica ed esporta elettricità attraverso i collegamenti con altri mercati europei, ma l’integrazione ha esposto i consumatori norvegesi alle oscillazioni dei prezzi continentali, provocando una crescente opposizione interna. Oslo non intende quindi realizzare nuovi collegamenti soltanto per compensare gli squilibri energetici europei.

La strategia norvegese riporta così la sovranità energetica al centro del rapporto con Bruxelles. Oslo continuerà a sviluppare le proprie risorse artiche e cercherà compratori anche fuori dall’Europa qualora il mercato europeo dovesse progressivamente chiudersi agli idrocarburi del Mare di Barents. La questione non riguarda quindi soltanto la transizione ecologica, ma il controllo delle fonti energetiche necessarie durante il passaggio verso un sistema maggiormente basato sulle rinnovabili.