Oceani in transizione: l’High Seas Treaty cambia le regole del gioco

di Giovanni Migotto

Il primo trattato internazionale vincolante sulle acque internazionali impone regole concrete per la conservazione della biodiversità, la ricerca scientifica e la gestione equa delle risorse oceaniche.

L’High Seas Treaty entra in vigore.
Il 17 gennaio 2026 segna una data storica per la tutela dell’ecosistema globale: è entrato ufficialmente in vigore il Biodiversity Beyond National Jurisdiction (BBNJ) Agreement, meglio noto come High Seas Treaty. Si tratta del primo trattato internazionale vincolante pensato specificamente per proteggere la biodiversità marina nelle acque internazionali, stabilendo regole concrete che fino a oggi non esistevano.
Il trattato riguarda le acque situate oltre le 200 miglia nautiche dalle coste, fuori dalle zone economiche esclusive degli Stati. Queste aree, note come alto mare, coprono circa il 64% della superficie oceanica mondiale e ospitano una biodiversità straordinaria: dai pesci migratori alle barriere coralline profonde, fino a specie ancora sconosciute agli scienziati.

Un alto mare poco regolamentato.
Fino a poco tempo fa, queste acque erano poco regolamentate. La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS, 1982) stabilisce solo diritti e doveri generali, senza protezione specifica della biodiversità o strumenti concreti di gestione sostenibile. Grandi flotte industriali potevano pescare liberamente, società minerarie esplorare i fondali e attività come inquinamento o estrazione di risorse avvenivano senza supervisione globale.
Questa situazione ha generato tensioni geopolitiche: Stati ricchi con flotte oceaniche potenti sfruttavano maggiormente le risorse, mentre i Paesi più poveri spesso non beneficiavano della ricchezza biologica marina.

Un risultato di oltre 15 anni di negoziati.
Il BBNJ è il frutto di oltre 15 anni di negoziati ONU e mira a conciliare interessi economici, scientifici e ambientali, garantendo una distribuzione equa dei benefici derivanti dalle risorse marine internazionali. La soglia minima di ratifiche necessaria è stata raggiunta nel settembre 2025, trasformando il trattato in “legge internazionale” e aprendo la strada a un nuovo approccio globale alla protezione degli oceani.
Finalizzato nel 2023, il Trattato si inserisce nel solco della UNCLOS e consolida un sistema integrato di valutazioni di impatto ambientale periodiche per tutte le attività che interessano l’alto mare. Parallelamente, promuove meccanismi di cooperazione internazionale sempre più efficaci tra Stati, organizzazioni e altri attori rilevanti, rafforzando le competenze scientifiche, migliorando la gestione sostenibile delle risorse marine e garantendo una governance più inclusiva.

Strumenti concreti per proteggere la biodiversità.
L’High Seas Treaty non si limita a stabilire principi generali: introduce strumenti concreti che incidono direttamente sulla biodiversità marina, sulle attività economiche e sul modo in cui gli Stati collaborano.
Per la prima volta è possibile istituire aree marine protette nelle acque internazionali, dove alcune attività come pesca industriale ed estrazioni minerarie possono essere regolate o vietate. La pesca industriale potrà essere limitata o sospesa temporaneamente nei periodi di riproduzione di specie migratorie come tonni e squali, mentre le barriere coralline profonde saranno tutelate da attività estrattive invasive.
Ogni attività industriale o di ricerca potenzialmente dannosa per l’ambiente dovrà essere preceduta da valutazioni di impatto ambientale approvate a livello internazionale. Le risorse genetiche marine dovranno essere utilizzate in modo equo, con redistribuzione dei benefici anche verso Paesi privi di accesso diretto all’alto mare.
Il trattato promuove inoltre la cooperazione scientifica e la trasparenza, incoraggiando lo scambio internazionale di dati e ricerche, la creazione di banche dati condivise e sistemi di monitoraggio comuni, affinché governi e organizzazioni possano verificare il rispetto delle regole e garantire una gestione trasparente delle risorse.

Impatti politici ed economici.
Il BBNJ Agreement rappresenta anche una svolta significativa sul piano politico ed economico. La gestione dell’alto mare coinvolge interessi globali molto eterogenei: Stati con grandi flotte pescherecce, multinazionali nel settore della biotecnologia marina e Paesi in via di sviluppo che dipendono dalle risorse oceaniche. Il trattato impone a tutti i firmatari di cooperare, stabilendo regole comuni per l’uso delle risorse e la conservazione della biodiversità, ma questa cooperazione non è priva di tensioni: alcuni Stati temono di limitare le proprie attività economiche o di perdere vantaggi competitivi, mentre altre nazioni auspicano che la condivisione dei benefici e la protezione degli ecosistemi compensino eventuali restrizioni.
Dal punto di vista economico, il trattato incide direttamente sulla pesca industriale, sulle attività minerarie in mare aperto e sull’uso delle risorse genetiche marine, introducendo obblighi di trasparenza e valutazioni di impatto ambientale che possono aumentare i costi operativi ma garantiscono sostenibilità a lungo termine. Allo stesso tempo, come sottolineato in una nota ufficiale del Ministero per l’Europa e gli Affari Esteri francese, crea opportunità per la ricerca scientifica e lo sviluppo di nuove tecnologie ecocompatibili, favorendo innovazioni nelle biotecnologie marine e nella gestione sostenibile delle risorse.
Politicamente, l’High Seas Treaty rappresenta un banco di prova per il multilateralismo: il suo successo dipenderà dalla capacità degli Stati di rispettare le regole, di monitorare le attività in mare aperto e di partecipare attivamente ai processi di governance internazionale.

Da “terra di nessuno” a gestione sostenibile.
Come evidenziato dallo United Nations Environmental Programme (UNEP), prima dell’High Seas Treaty vaste aree degli oceani erano considerate una “terra di nessuno”, soggetta a pesca industriale intensiva, inquinamento e altre pressioni ecologiche, senza sistemi di sorveglianza efficaci. L’accordo cambia radicalmente questo scenario, obbligando gli Stati a collaborare per conservare e utilizzare in modo sostenibile la vita marina.
Come ha sottolineato il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, gli Stati hanno finalmente tradotto il loro impegno in azioni concrete, dimostrando che, se lo desiderano davvero, possono unirsi per il bene comune della comunità internazionale.

Obiettivi ambiziosi e supporto internazionale.
Il BBNJ punta a conseguire un obiettivo ambizioso ma cruciale: proteggere almeno il 30% delle acque internazionali entro il 2030, contrastando la perdita di biodiversità e il deterioramento della qualità degli oceani, in linea con il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (GBF) e contribuendo significativamente alla resilienza degli ecosistemi marini globali.
A sostenere ciò sono anche, in particolare, la International Maritime Organization (IMO) e l’Intergovernmental Oceanographic Commission dell’UNESCO (IOC). IMO garantisce che la navigazione e le attività marittime rispettino regole ambientali globali, con convenzioni come MARPOL, la Ballast Water Management Convention e la London Convention, oltre a strumenti per ridurre il rumore sottomarino delle navi e designare aree particolarmente sensibili. IOC fornisce dati scientifici, capacità di monitoraggio, coordinamento regionale e formazione tramite l’OceanTeacher Global Academy, assicurando che la scienza guidi l’implementazione pratica del trattato.

Sfide e prospettive future.
Nonostante il traguardo storico, il successo dell’High Seas Treaty non è automatico. La sua efficacia dipenderà dalla capacità degli Stati di applicare concretamente le regole, monitorare le attività in mare aperto e cooperare nei processi multilaterali. La condivisione dei benefici delle risorse genetiche, la raccolta sistematica di dati e la gestione dei rapidi cambiamenti climatici rappresentano sfide complesse.
Dal punto di vista ambientale, le aree marine protette e le valutazioni d’impatto possono ridurre la pressione sulle specie vulnerabili, ma il successo dipenderà da monitoraggio, dati scientifici affidabili e capacità di adattare rapidamente le politiche alle emergenze ecologiche. Politicamente, il trattato apre scenari di cooperazione ma anche di tensione: l’equilibrio tra Stati industrializzati e Paesi in via di sviluppo, tra interessi commerciali e tutela ambientale, rappresenterà la vera sfida strategica della governance oceanica globale.
In prospettiva, il successo del BBNJ potrebbe diventare un modello replicabile per altre risorse globali comuni, dimostrando che la cooperazione internazionale può produrre risultati concreti anche in contesti complessi.

Conclusione: un nuovo paradigma per gli oceani.
L’High Seas Treaty non segna la fine del percorso, ma l’inizio di una fase critica di implementazione e sperimentazione. Le prospettive future dipenderanno dalla capacità di integrare scienza, politica e cooperazione internazionale in decisioni efficaci e flessibili, trasformando le acque internazionali da spazi di sfruttamento libero a laboratori di governance sostenibile e innovativa, capaci di garantire la resilienza degli oceani e la giustizia ambientale a lungo termine.
E la domanda resta aperta: riuscirà il mondo a tradurre questo traguardo storico in azioni concrete e durature, o le sfide della geopolitica e del cambiamento climatico limiteranno le ambizioni del trattato?