Oman. La sparizione di Talib al-Saedi svela la fragilità del Sultanato

di Giuseppe Gagliano

La sorte di Talib al-Saedi, avvocato omanita impegnato per i diritti umani, è il sintomo di un Paese che, nonostante l’immagine di moderazione costruita negli anni, continua a muoversi in un’ombra fatta di controlli serrati, sospetti e un apparato di sicurezza impermeabile. La denuncia del Gulf Centre for Human Rights sulla sua sparizione forzata dopo una semplice convocazione in una stazione di polizia dice molto sull’atmosfera reale che si respira nel Sultanato: silenzio, paura e un dissenso che non può permettersi di diventare pubblico.
L’Oman non è nuovo a episodi simili. Le detenzioni di giornalisti, blogger, attivisti e semplici cittadini che osano criticare il governo sono parte di un arsenale legislativo costruito negli anni, basato su norme che mettono al centro l’intoccabilità del sultano e la salvaguardia dell’ordine pubblico. La continuità tra il lungo regno del sultano Qaboos e quello di Haitham bin Tariq è evidente: qualche apertura apparente nelle strutture politiche, ma nessuna reale revisione dei meccanismi di controllo. Amnesty e altre organizzazioni internazionali lo denunciano da tempo: lo spazio civico, in Oman, resta una zona grigia.
Dietro ogni stretta politica c’è un dato di fondo che il Sultanato fatica a nascondere: la fragilità economica. L’Oman non ha le risorse immense dei suoi vicini e il suo modello di sviluppo si regge su un equilibrio delicato tra entrate energetiche, investimenti stranieri e una progressiva diversificazione che procede più lentamente del previsto. In questo contesto, la critica interna non è percepita come un contributo, ma come un potenziale detonatore di instabilità sociale. La morte di sei persone per avvelenamento da monossido di carbonio, caso che al-Saedi aveva denunciato come frutto di incurie e mancanze pubbliche, rischiava di diventare il simbolo di un sistema che non garantisce servizi adeguati. E dunque è stata immediatamente neutralizzata.
Il Sultanato gioca da sempre una partita complessa: mantenere rapporti equilibrati con tutte le potenze regionali, evitare di schierarsi troppo nettamente e preservare un’immagine di neutralità diplomatica. Per fare questo, la stabilità interna è considerata sacra. Le forze di sicurezza non agiscono in modo impulsivo: rispondono a una logica precisa, quella di impedire che movimenti spontanei, mobilitazioni online o piccoli episodi di protesta possano trasformarsi in un fenomeno più ampio. La vicinanza geografica e politica con Paesi molto più turbolenti rende l’Oman estremamente sensibile a qualsiasi segnale di contagio sociale.
Alla comunità internazionale l’Oman appare spesso come l’attore prudente, l’interlocutore affidabile, il mediatore utile nelle crisi del Golfo. Ma questa immagine ha un prezzo interno: un controllo serrato che non ammette voci fuori dal coro, una gestione della società civile che resta ancorata a schemi arcaici e una continua tensione tra modernizzazione economica e conservazione politica. Il caso di al-Saedi mette in luce proprio questa contraddizione: un Paese che parla il linguaggio della mediazione globale ma continua a temere profondamente la discussione interna.
La richiesta del GCHR non è solo un appello umanitario. È un monito: se persino figure note come al-Saedi possono sparire nel nulla, la possibilità di un dialogo critico in Oman rischia di ridursi a zero. Senza uno spazio pubblico vitale, senza tutele per chi denuncia inefficienze o abusi, il Sultanato si ritrova a inseguire la modernità economica con strumenti politici inutilizzabili fuori dagli anni Settanta. E ogni nuova stretta non fa che alimentare il paradosso: un Paese che vuole essere moderno senza permettere ai suoi cittadini di comportarsi da cittadini.