di Giuseppe Gagliano –
L’Oman, incastonato lungo le rive del Golfo di Oman e ricco di tradizioni millenarie, si trova oggi a fronteggiare un tema cruciale: la recente decisione dell’OPEC+ di ridurre la produzione petrolifera. Il sultano Haitham, attento interprete della trasformazione economica del paese, ha espresso preoccupazioni e riflessioni che vanno ben oltre il contingente andamento dei mercati. Nelle sue parole traspare la volontà di difendere un equilibrio sottile, quello tra la necessità di mantenere i conti in ordine e l’ambizione di garantire un futuro energetico più solido e diversificato.
La scelta dell’OPEC+ di tagliare la produzione non è nata da un capriccio: dietro c’è il timore di un mercato ancora troppo volatile, scosso dai postumi della pandemia e da una domanda globale che pare riprendersi a singhiozzo. Alcuni Paesi, a cominciare dalle grandi potenze petrolifere come l’Arabia Saudita e la Russia, hanno sostenuto con forza la necessità di stabilizzare i prezzi per preservare le proprie entrate e allontanare il rischio di un nuovo crollo del valore del barile. L’idea di fondo è che riducendo l’offerta si possa mantenere il petrolio su livelli di prezzo più elevati, offrendo così ai produttori un’ancora di salvataggio contro i venti contrari dell’economia mondiale.
Eppure, in questo gioco di pesi e contrappesi, le nazioni meno grandi ma con bilanci legati a doppio filo al petrolio vivono un equilibrio più precario. L’Oman, non potendo competere con le riserve finanziarie saudite o russe, ha da tempo avviato un percorso di diversificazione che punta su settori come il turismo, la logistica e l’innovazione tecnologica. Questo cammino, fortemente voluto dal sultano Haitham, necessita però di capitali e stabilità. Tagliare la produzione, soprattutto se in modo brusco, significa rinunciare a una fetta di entrate che sono ancora fondamentali per mandare avanti riforme e piani di sviluppo.
È qui che affiora la preoccupazione principale del Sultano: come sostenere le grandi infrastrutture, le reti di trasporto, i nuovi distretti industriali, se i proventi del petrolio rischiano di ridursi proprio quando servirebbero di più? L’Oman, al pari di altri membri OPEC+ che non possono contare su volumi produttivi colossali, si trova di fronte a un bivio. Da un lato, aderire alla linea comune del cartello è essenziale per non rompere gli equilibri con i “grandi” e per favorire quella stabilità dei prezzi di cui beneficiano tutti. Dall’altro, è indispensabile assicurare che il percorso di rinnovamento economico non resti imbrigliato da una politica di riduzioni troppo drastiche, che soffocherebbe le speranze di crescita e diversificazione.
Il Sultanato non intende rinnegare il proprio ruolo di esportatore di petrolio né ignorare le dinamiche che governano il mercato mondiale, ma vuole essere ascoltato in merito alle tempistiche e all’entità dei tagli. Meno barili in circolazione significano prezzi più alti, ma anche la necessità di calibrare con attenzione ogni percentuale di riduzione, perché una mossa avventata rischierebbe di compromettere la stabilità interna. Nel frattempo, l’Oman accelera sui propri progetti strategici, puntando sull’estrazione di gas naturale e guardando con interesse alle potenzialità dell’idrogeno verde, settore che potrebbe garantire nuove entrate e allentare la dipendenza dall’oro nero.
La posta in gioco è alta: non si tratta solo di salvaguardare i bilanci di un anno o di due, ma di sostenere una visione di lungo periodo. È questo il senso ultimo del messaggio del sultano Haitham, che tra i corridoi dei palazzi governativi e nelle riunioni con i partner internazionali non smette di ribadire quanto sia importante tenere viva la collaborazione con l’OPEC+ senza però compromettere la flessibilità del Paese. Il destino energetico dell’Oman non sarà determinato solo dai tagli decisi oggi: la sfida principale è riuscire a costruire, mattone dopo mattone, un modello di sviluppo dove petrolio e gas siano una solida base, ma non più l’unico orizzonte possibile. E da questa sfida, forse più ancora del prezzo del barile, dipenderà la vera stabilità futura del Sultanato.












