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A 65 anni dalla Convenzione del 1961 sulla riduzione dell’apolidia, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, chiede agli Stati un nuovo impegno politico per garantire a ogni persona il diritto a una nazionalità. L’appello è stato lanciato a Ginevra da Elizabeth Tan, direttrice della Divisione Protezione Internazionale e Soluzioni dell’UNHCR.
Secondo le stime dell’Agenzia, almeno 4,5 milioni di persone nel mondo sono apolidi o hanno una nazionalità indeterminata, mentre altri milioni potrebbero trovarsi nella stessa condizione senza comparire nelle statistiche ufficiali.
“Per milioni di persone l’apolidia è una realtà quotidiana che può interrompere bruscamente il corso della vita e intrappolare intere generazioni in cicli di esclusione e incertezza”, ha spiegato Tan. Non possedere una nazionalità può infatti significare non poter ottenere documenti di identità, frequentare la scuola, accedere all’assistenza sanitaria o lavorare legalmente. In molti casi gli apolidi incontrano inoltre ostacoli nel registrare la nascita dei figli, sposarsi, possedere immobili, aprire un conto bancario o viaggiare.
La comunità internazionale ha progressivamente costruito un quadro giuridico per affrontare il fenomeno. La Convenzione del 1954 relativa allo status degli apolidi ha introdotto forme di tutela per chi è già privo di cittadinanza, mentre quella del 1961 ha previsto strumenti per prevenire nuovi casi, in particolare evitando che i bambini nascano apolidi o che una persona perda la propria cittadinanza qualora ciò comporti l’apolidia.
Attualmente sono 82 gli Stati che hanno aderito alla Convenzione del 1961. Tra gli ultimi figurano Slovenia, Sud Sudan e São Tomé e Príncipe. Per l’UNHCR, tuttavia, la sottoscrizione degli accordi internazionali non è sufficiente.
“Gli impegni giuridici da soli non bastano. Gli Stati devono tradurli in risultati concreti, proteggere le persone apolidi e creare percorsi per l’acquisizione della cittadinanza”, ha sottolineato Tan, chiedendo inoltre la riforma delle norme discriminatorie, l’adesione alle Convenzioni delle Nazioni Unite sull’apolidia e una maggiore partecipazione all’Alleanza Globale per porre fine all’apolidia.
Negli ultimi anni sono stati comunque registrati progressi significativi. Dal 2014 oltre 650mila apolidi hanno acquisito o ottenuto la conferma della propria cittadinanza, mentre 94 Paesi hanno rafforzato le rispettive legislazioni per prevenire nuovi casi.
Nel 2019 il Kirghizistan è diventato il primo Paese ad aver risolto tutti i casi conosciuti di apolidia sul proprio territorio, seguito dal Turkmenistan nel 2024. Tra il 2021 e il 2023 il Kenya ha concesso la cittadinanza a migliaia di persone appartenenti alle minoranze Makonde, Pemba e Shona. Nel 2025 la Macedonia del Nord è diventata il primo Paese della regione a risolvere tutti i casi conosciuti derivanti dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia.
Progressi sono stati compiuti anche in Asia. In Thailandia più di 120mila apolidi hanno ottenuto la cittadinanza o la residenza permanente attraverso procedure accelerate introdotte nel 2025, mentre Cile e Filippine hanno recentemente modificato le proprie legislazioni per rafforzare la protezione dei bambini dal rischio di apolidia. In Siria, nuove misure hanno invece aperto un percorso verso la cittadinanza per membri delle comunità curde che per decenni hanno vissuto in una situazione di incertezza giuridica.
Restano però problemi strutturali. Tra le principali cause dell’apolidia figurano discriminazioni nelle norme sulla cittadinanza, lacune legislative e privazioni arbitrarie della nazionalità. In 24 Paesi, inoltre, le donne non possono ancora trasmettere la propria cittadinanza ai figli alle stesse condizioni degli uomini.
A questi problemi si aggiungono nuove minacce. “Il cambiamento climatico potrebbe aumentare i rischi di apolidia, soprattutto quando le persone sono costrette alla fuga o perdono i propri documenti durante le catastrofi, aggravando ulteriormente la vulnerabilità di chi è già apolide”, ha avvertito Tan.
Un ruolo crescente viene svolto dalle stesse comunità interessate. Le organizzazioni guidate da persone apolidi partecipano alla promozione delle riforme legislative, documentano gli ostacoli incontrati dalle comunità e contribuiscono alla definizione delle politiche. L’UNHCR collabora con queste realtà, con i governi e con altre organizzazioni attraverso assistenza giuridica, sostegno alla registrazione delle nascite e interventi destinati a facilitare l’accesso alle procedure per la cittadinanza e ai documenti.
“L’apolidia è prevenibile e può essere risolta. Ciò che serve è la volontà politica di agire”, ha concluso Tan. “A sessantacinque anni dalla promessa della Convenzione del 1961, milioni di persone attendono ancora il riconoscimento più fondamentale: il diritto a una nazionalità. Il diritto di appartenere”.




