Onu. Il Polisario sotto accusa per militarizzazione di minori e violazioni dei diritti umani

di Giuseppe Gagliano

Davanti al Quarto Comitato dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, diverse organizzazioni non governative hanno denunciato pratiche di reclutamento militare di bambini e giovani nei campi profughi di Tindouf, situati nel sud-ovest dell’Algeria. Secondo le ONG, nei campi controllati dal Fronte Polisario si registrano violazioni sistematiche dei diritti umani, tra cui l’arruolamento forzato e l’assenza di garanzie giuridiche per la popolazione sahrawi.
L’udienza si è inserita in una più ampia discussione internazionale sulla situazione dei territori non autonomi, con particolare attenzione al conflitto del Sahara Occidentale. Oltre 200 testimonianze hanno evidenziato la gravità della situazione, sollecitando l’implementazione delle risoluzioni ONU per un referendum sull’autodeterminazione.
Rappresentanti di ONG come Rescue and Relief International e Rifai hanno accusato il Polisario di violare la Convenzione sui diritti del fanciullo e hanno ribadito che la militarizzazione dei minori è ampiamente documentata. Amanda Ditschiani ha ricordato che queste accuse sono state confermate alla 60ª sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, sottolineando che la comunità internazionale non può ignorare oltre la questione.
Le ONG hanno espresso sostegno al piano di autonomia presentato dal Regno del Marocco nel 2007, considerandolo “la soluzione più realistica e umana” per porre fine al conflitto, garantendo dignità e protezione alle popolazioni dei campi. Layla Al-Atfani ha affermato che il piano marocchino “offre un quadro politico praticabile e stabile” per chiudere una disputa regionale che dura da oltre mezzo secolo.
Il ricercatore Mohammed al-Tayyar ha sottolineato il legame tra queste pratiche e la proliferazione di reti armate transfrontaliere che operano tra il Sahara Occidentale, il Marocco, la Mauritania e il Sahel. Secondo Tayyar, la formazione militare di minori e giovani nei campi di Tindouf contribuisce alla creazione di combattenti esperti, suscettibili di essere coinvolti in attività di contrabbando e terrorismo. Ha inoltre evidenziato la connessione crescente tra gruppi del Polisario e organizzazioni jihadiste come al-Qaida e Stato Islamico nel Sahel. Questo legame, se confermato, potrebbe portare all’inserimento del Polisario nelle liste internazionali delle organizzazioni terroristiche.
il governo dell’Algeria continua a sostenere ufficialmente il diritto all’autodeterminazione sahrawi. L’8 ottobre, il ministro degli Esteri Ahmed Attaf ha ribadito la posizione algerina in occasione della Giornata della Diplomazia, confermando l’allineamento alla linea espressa dal presidente Abdelmadjid Tebboune. Tuttavia, analisti sottolineano che la diplomazia marocchina ha ottenuto il sostegno di tre membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU per la sua iniziativa di autonomia, aumentando l’isolamento internazionale della narrativa separatista.
Secondo Tayyar, la complicità dell’Algeria come Paese ospitante la rende giuridicamente responsabile della militarizzazione dei campi ai sensi della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati del 1951, che impone agli Stati ospitanti l’obbligo di prevenire attività militari nei campi profughi.
Testimonianze come quelle di Omar Lamine e Mark Drury hanno ricordato la dimensione umana della crisi. I bambini sahrawi crescono nei campi “consapevoli che il mondo li ha dimenticati”, privati di istruzione adeguata e di prospettive di vita. Drury ha descritto anche la repressione da parte delle forze di sicurezza marocchine nei confronti degli attivisti sahrawi a Laayoune, evidenziando che entrambe le parti del conflitto sono accusate di violazioni dei diritti umani.
Organizzazioni internazionali, come il Forum Canario Saharaui, hanno chiesto che l’ONU assuma un ruolo più incisivo nel monitoraggio dei campi di Tindouf e nel contrasto alla corruzione interna al Polisario, accusato di arricchire i propri vertici mentre i rifugiati restano bloccati in condizioni precarie.
La vicenda del Sahara Occidentale, iniziata con la fine del colonialismo spagnolo, si trascina da decenni tra piani di autonomia, referendum mai realizzati e scontri diplomatici. Oggi il cuore del dibattito ruota attorno a due questioni centrali: i diritti dei bambini e la sicurezza regionale.
La denuncia delle ONG all’ONU rappresenta un nuovo tentativo di rompere un lungo silenzio internazionale, ma la soluzione politica resta lontana. Mentre Rabat rafforza le proprie alleanze diplomatiche e Algeri difende la causa separatista, migliaia di famiglie sahrawi continuano a vivere in una sorta di limbo geopolitico, dove l’infanzia diventa terreno di scontro e strumento di potere.