di Giuseppe Gagliano –

I nuovi attacchi lanciati dal Pakistan contro obiettivi militanti in territorio afghano segnano una svolta pericolosa in una relazione già fragile. Islamabad sostiene di aver colpito sette basi terroristiche lungo il confine, identificate come centri operativi dei talebani pakistani e dello Stato islamico della provincia di Khorasan. L’operazione, definita “selettiva” e basata su informazioni di intelligence, è stata giustificata come risposta agli attentati suicidi che hanno colpito il Pakistan nelle ultime settimane, inclusi attacchi contro convogli militari e luoghi religiosi.

Per Islamabad, il problema è esistenziale. Il Tehrik-i-Taliban Pakistan non è soltanto un gruppo armato: è una minaccia diretta alla stabilità interna, capace di colpire infrastrutture strategiche, città e istituzioni statali. Il Pakistan ritiene che la leadership di questo movimento operi liberamente dall’Afghanistan, approfittando della debolezza strutturale dello Stato afghano post-ritiro occidentale.

Kabul ha reagito con durezza, denunciando una violazione della propria sovranità e promettendo una risposta. I talebani afghani, oggi al potere, si trovano in una posizione ambigua: da un lato, hanno bisogno di mantenere relazioni funzionali con il Pakistan, da cui dipendono economicamente e logisticamente; dall’altro, non possono permettersi di apparire subordinati o incapaci di difendere il proprio territorio.

La convocazione dell’ambasciatore pakistano e la denuncia ufficiale dei bombardamenti indicano che Kabul intende riaffermare la propria legittimità statale. Tuttavia, le capacità militari afghane restano limitate, e la risposta sarà probabilmente calibrata per evitare un conflitto diretto su larga scala.

Il confine di 2.600 chilometri tra Pakistan e Afghanistan non è una linea, ma una zona grigia. È un territorio montuoso, difficile da controllare, abitato da tribù che storicamente ignorano le divisioni statali. Questa realtà geografica rende quasi inevitabile l’infiltrazione di gruppi armati.

Per il Pakistan, il controllo di questa frontiera è una questione di sicurezza nazionale. Per l’Afghanistan, è una questione di sovranità. Questo conflitto di percezioni crea una dinamica permanente di tensione, in cui ogni attacco genera una risposta e ogni risposta alimenta nuove accuse.

Questa escalation non riguarda soltanto i due Paesi. Coinvolge l’intero equilibrio dell’Asia centrale e meridionale. Il Pakistan è una potenza nucleare e un attore chiave per gli Stati Uniti, la Cina e i Paesi del Golfo. L’Afghanistan, pur isolato diplomaticamente, resta un nodo geografico fondamentale tra Asia centrale, Medio Oriente e subcontinente indiano.

L’instabilità lungo questa frontiera compromette i corridoi commerciali regionali, inclusi i progetti infrastrutturali sostenuti dalla Cina nell’ambito della Belt and Road Initiative. Ogni chiusura dei valichi interrompe flussi economici vitali, aggravando la fragilità economica di entrambi i Paesi.

Gli attacchi pakistani indicano un cambiamento strategico: Islamabad sembra sempre più disposta a colpire oltre confine per neutralizzare le minacce. Questa dottrina, simile a quella adottata da altri Stati contro gruppi non statali, rischia però di trasformare la frontiera in un teatro permanente di operazioni militari.

In assenza di un accordo politico e di sicurezza tra Kabul e Islamabad, la regione rischia di entrare in una fase di conflitto cronico a bassa intensità. Una guerra senza dichiarazione formale, ma con conseguenze profonde: destabilizzazione economica, rafforzamento dei gruppi armati e crescente coinvolgimento delle potenze esterne.

In questo scenario, la frontiera tra Pakistan e Afghanistan non è più soltanto una linea geografica. È diventata uno dei punti critici del nuovo disordine regionale asiatico.