Pakistan. Il Belucistan mette in crisi le ambizioni regionali di Islamabad

di Giuseppe Gagliano –

Mentre il Pakistan cerca di accreditarsi come mediatore nelle crisi del Medio Oriente e dell’Asia, la crescente instabilità del Belucistan continua a minare la sua credibilità internazionale. L’attentato del 24 maggio nei pressi di Quetta, costato la vita a oltre venti persone dopo l’esplosione di un’autobomba contro un convoglio ferroviario militare, ha mostrato ancora una volta quanto sia fragile il controllo di Islamabad sulla propria periferia strategica.
La coincidenza temporale è significativa. Nelle stesse ore in cui il capo dell’esercito pachistano si trovava a Teheran per favorire il dialogo tra Stati Uniti e Iran, il Belucistan tornava a essere teatro di una delle più gravi azioni terroristiche degli ultimi mesi. Una contraddizione che evidenzia il divario tra le ambizioni diplomatiche del Pakistan e le sue difficoltà interne.
Il Belucistan rappresenta una regione fondamentale per la sicurezza e l’economia del Paese. Ricco di gas, rame, oro e altre risorse minerarie, affacciato sul Mar Arabico e confinante con Iran e Afghanistan, costituisce inoltre un tassello essenziale del corridoio economico tra Cina e Pakistan. Proprio per questo la sua instabilità assume una rilevanza che va ben oltre i confini nazionali.
Negli ultimi mesi l’Esercito di liberazione del Belucistan ha dimostrato una crescente capacità operativa. Tra gennaio e febbraio il gruppo ha condotto attacchi coordinati in numerose località, colpendo infrastrutture, postazioni militari e forze di sicurezza. Le autorità pachistane hanno risposto con decine di migliaia di operazioni antiterrorismo, ma i risultati restano limitati. Secondo dati ufficiali, nel 2025 sono morti oltre duecento membri delle forze di sicurezza e circa 280 civili.
A preoccupare Islamabad è anche il crescente coordinamento tra i separatisti beluci e il Tehrik-i-Taliban Pakistan. Pur appartenendo a realtà ideologicamente differenti, i due gruppi condividono l’obiettivo di colpire lo Stato pachistano e sembrano aver sviluppato forme di cooperazione operativa e logistica.
Sul piano regionale pesa inoltre il deterioramento dei rapporti con l’Afghanistan. Kabul mantiene una posizione ambigua nei confronti dei ribelli beluci e non appare intenzionata a ostacolarne efficacemente i movimenti lungo il confine. Parallelamente, il rafforzamento dei rapporti tra i taliban afghani e l’India rappresenta una fonte di crescente preoccupazione per Islamabad, che vede ridursi la propria influenza in un’area considerata tradizionalmente strategica.
In questo contesto, i successi diplomatici ottenuti dal Pakistan nei rapporti tra Washington e Teheran rischiano di apparire insufficienti. La capacità di svolgere un ruolo di mediazione regionale dipende infatti anche dalla stabilità interna e dal controllo del territorio nazionale.
La questione del Belucistan, tuttavia, non può essere affrontata esclusivamente con strumenti militari. Da anni la popolazione locale denuncia marginalizzazione economica, sfruttamento delle risorse naturali, limitata autonomia politica e violazioni dei diritti umani, comprese le sparizioni forzate denunciate da organizzazioni internazionali e attivisti locali.
Per molti osservatori, una soluzione duratura richiederebbe riforme politiche profonde, una maggiore redistribuzione delle ricchezze prodotte dalla regione e un rafforzamento dell’autonomia provinciale. Senza affrontare le cause strutturali del malcontento, la sola risposta securitaria rischia di alimentare ulteriormente la radicalizzazione.
Il Pakistan si trova così davanti a una scelta cruciale: trasformare il Belucistan in una questione politica da risolvere attraverso il dialogo e le riforme oppure continuare a considerarlo esclusivamente un problema militare. Da questa decisione dipenderanno non soltanto la stabilità della provincia, ma anche le future ambizioni regionali di Islamabad.