di Giuseppe Gagliano

Il Pakistan è entrato in una delle fasi più delicate della sua storia recente. Le dimissioni di due giudici della Corte suprema, accompagnate da parole durissime e da una riunione straordinaria del massimo organo giudiziario, sono il segno evidente che l’equilibrio istituzionale del Paese si sta sgretolando. Non si tratta solo di una crisi giudiziaria, ma della conferma che il rapporto tra potere civile e potere militare è tornato a un livello di tensione che ricorda gli anni più bui della politica pakistana.

Il Parlamento ha approvato un emendamento costituzionale che riduce i poteri della Corte suprema, impedendole di occuparsi di controversie costituzionali e trasferendo tali competenze a una nuova Corte Costituzionale Federale, i cui giudici non saranno più selezionati secondo criteri di indipendenza ma nominati direttamente dal governo. In un Paese in cui i militari hanno spesso influenzato la politica attraverso canali indiretti, questa riforma ha l’effetto di istituzionalizzare un controllo politico sull’autorità giudiziaria.

Le dimissioni dei giudici Syed Mansoor Ali Shah e Athar Minallah sono un atto di accusa senza precedenti. Shah parla di un attacco che “frammenta l’unità della Corte Suprema” e “paralizza l’indipendenza giudiziaria”; Minallah, ancora più esplicito, scrive che la Costituzione “non esiste più”, sostituita da una sua ombra priva dello spirito originario. Parole che riflettono un declino democratico che non è iniziato oggi. Da anni, gruppi per i diritti umani denunciano una stretta repressiva guidata dall’esercito, culminata nell’arresto dell’ex premier Imran Khan e nella soppressione sistematica dell’opposizione.

L’emendamento però va oltre la questione giudiziaria. Ridisegna anche il potere militare. Il capo dell’esercito, Asim Munir, non solo vedrà prolungato il proprio mandato fino al 2030, con possibile estensione fino al 2035, ma riceverà un nuovo titolo, capo delle forze di difesa, che formalizza la supervisione su esercito, marina e aeronautica. Un accentramento che non ha precedenti nella storia recente del Pakistan. Inoltre, il conferimento del grado di feldmaresciallo e l’immunità penale a vita collocano Munir in una posizione che ricorda i generali-patriarchi delle dittature latinoamericane del Novecento, più che un comandante di un Paese teoricamente democratico.

La narrativa ufficiale del governo Sharif parla di “miglioramento della governance” e di ricompensa per i risultati ottenuti nel confronto con l’India. Ma questa retorica non cancella il fatto che il nuovo assetto riduce il ruolo del potere civile e rafforza il modello di “democrazia controllata” da cui il Pakistan non è mai riuscito a emanciparsi del tutto. L’esecutivo sostiene che la riforma darà stabilità. I critici sostengono l’esatto contrario: che stia preparando una nuova stagione di interferenze militari e di limitazioni alla separazione dei poteri.

Il giuramento del nuovo presidente della Corte Costituzionale Federale ha sancito il passaggio dalla teoria alla pratica. La Corte Suprema, che già contava 24 giudici, viene messa ai margini, privata del suo potere più significativo. In teoria, i giudici superstiti potrebbero bloccare la legge. Ma in un ambiente in cui la pressione politica è così forte e in cui lo stesso potere giudiziario appare diviso, è difficile immaginare un atto di sfida capace di invertire il processo.

La figura del ministro della Difesa, Khawaja Muhammad Asif, offre un altro tassello del quadro. Parlando al Parlamento, ha accusato i giudici di aver “indebolito il Parlamento” e di aver fatto politica in passato, un classico argomento utilizzato per giustificare la subordinazione del potere giudiziario all’esecutivo. Ma questo discorso ignora la realtà: la crisi del Pakistan non nasce da un eccesso di indipendenza dei giudici, bensì da decenni di ingerenze dell’esercito nella vita politica.

Secondo Reuters, la repressione del dissenso è ormai sistematica. Chi critica l’esercito diventa un nemico dello Stato. Chi difende lo Stato di diritto diventa un ostacolo. Il verdetto implicito di questa riforma è chiaro: il Pakistan può avere elezioni, può avere un governo civile, ma l’ultima parola resta nelle mani dell’unica istituzione che nessuno osa sfidare davvero.

La storia del Pakistan è segnata da un pendolo che oscilla tra governo civile fragile e dominio militare opaco. L’ultimo emendamento costituzionale spinge il Paese verso il secondo polo, riaprendo una stagione in cui la Costituzione diventa non una garanzia ma un ostacolo da aggirare. Le dimissioni dei giudici sono un grido d’allarme. Ma in un sistema dove il potere armato è diventato sovraordinato a quello costituzionale, è lecito chiedersi chi sia ancora disposto ad ascoltarlo.