Pakistan. Paese tra due fuochi: l’equilibrio difficile tra Cina e Stati Uniti

di Giuseppe Gagliano –

L’incontro di Pechino tra Wang Yi e Ishaq Dar non è stato un semplice rito diplomatico. È servito a ribadire un dato strutturale della geopolitica asiatica: il legame tra Cina e Pakistan resta uno dei più solidi del sistema internazionale, definito da entrambe le parti come una partnership “in ogni condizione atmosferica”. Un’espressione che non indica amicizia retorica, ma una convergenza strategica costruita in decenni di cooperazione militare, diplomatica ed economica.
Il rilancio del Corridoio economico Cina-Pakistan in versione aggiornata conferma che Pechino considera Islamabad un perno imprescindibile della propria proiezione verso l’Oceano Indiano. Industria, agricoltura, miniere, finanza: il CPEC non è più solo infrastruttura, ma un tentativo di integrazione strutturale dell’economia pakistana nell’orbita cinese.
Dietro le dichiarazioni di amicizia resta però un nodo irrisolto: la sicurezza. Gli attacchi contro tecnici e cittadini cinesi hanno trasformato il Pakistan da partner affidabile a rischio operativo. Non a caso Pechino insiste sulle “misure globali” adottate da Islamabad per proteggere uomini e progetti, mentre entrambe le capitali puntano il dito contro le reti jihadiste radicate in Afghanistan. È un messaggio implicito: senza stabilità interna, la profondità strategica del CPEC resta vulnerabile.
A complicare il quadro interviene il riavvicinamento tra Islamabad e Washington. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno riattivato un canale che Pechino dava per marginale. Cooperazione antiterrorismo, monitoraggio dei caccia F-16, fondi dedicati nonostante il congelamento globale degli aiuti: segnali concreti di un interesse strategico rinnovato.
L’arresto di Mohammad Sharifullah e il ringraziamento pubblico di Trump al Pakistan hanno un valore che va oltre il singolo episodio. Washington rimette Islamabad dentro la propria architettura regionale come attore utile, soprattutto in funzione di contenimento indiretto della Cina.
Non è un caso che riaffiori il riferimento a Zhou Enlai e al ruolo del Pakistan come ponte tra Pechino e Washington negli anni Settanta. Allora Islamabad era un canale, oggi rischia di diventare un campo di competizione. La differenza è sostanziale: negli anni della Guerra fredda il Pakistan mediava; oggi è costretto a bilanciare.
Il Pakistan sta tentando una manovra ad alto rischio: mantenere la rendita strategica derivante dalla Cina senza perdere i benefici di un riavvicinamento agli Stati Uniti. Ma la logica dei grandi spazi di influenza tende a ridurre le ambiguità. Per Pechino, l’avvicinamento a Washington è un fattore di sospetto; per Washington, la dipendenza pakistana dal capitale cinese resta un limite strutturale.
L’asse Cina-Pakistan non si rompe, ma non è più esclusivo. Islamabad cerca di trasformare la rivalità tra grandi potenze in un moltiplicatore di risorse e margini di autonomia. La storia insegna però che gli equilibri di questo tipo sono instabili: funzionano finché le tensioni restano controllate. Quando la competizione si irrigidisce, i Paesi-cerniera diventano i primi a pagarne il prezzo.