di Giuseppe Gagliano –
L’attacco contro un posto di polizia a Bannu, nel nord ovest del Pakistan, conferma il ritorno di una violenza jihadista sempre più organizzata e difficile da contenere. L’esplosione di un’autobomba, seguita da un’imboscata contro gli agenti intervenuti sul posto e dal possibile utilizzo di droni, ha provocato almeno 14 morti tra le forze di sicurezza, mostrando la crescente vulnerabilità dello Stato pakistano nelle aree di frontiera con l’Afghanistan.
L’azione rivendicata da Ittehad ul Mujahideen evidenzia capacità operative avanzate: prima la distruzione del presidio, poi l’attacco ai rinforzi per aumentare il numero delle vittime e l’impatto psicologico. Una tattica già vista nei principali teatri di guerra asimmetrica, dall’Iraq alla Siria, che dimostra come le reti jihadiste presenti lungo il confine afghano pakistano continuino a evolversi nonostante anni di operazioni militari.
Bannu, nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, è uno dei punti più sensibili della regione. Qui gruppi armati, reti tribali e traffici illegali si intrecciano in un’area dove il controllo dello Stato resta fragile e il confine con l’Afghanistan è spesso solo teorico.
Islamabad continua ad accusare i talebani afghani di offrire rifugio ai gruppi responsabili degli attacchi in Pakistan. Kabul respinge le accuse, sostenendo che il terrorismo pakistano abbia radici interne. In realtà, la crisi nasce dall’intreccio di entrambe le dinamiche: da un lato la presenza di santuari oltre confine, dall’altro le profonde fragilità politiche, sociali e tribali del Pakistan.
Sul piano militare, l’attacco mostra almeno tre elementi rilevanti: la capacità di colpire obiettivi sensibili dello Stato, l’uso coordinato di esplosivi e armi leggere e il possibile impiego di droni commerciali modificati per osservazione e supporto operativo. Se confermato, quest’ultimo aspetto segnerebbe un ulteriore salto qualitativo nelle capacità dei gruppi armati della regione.
La crisi mette in difficoltà anche la strategia regionale di Islamabad. Dopo il ritorno dei talebani al potere a Kabul, il Pakistan sperava di rafforzare la propria influenza sull’Afghanistan. Invece si trova davanti un vicino meno controllabile del previsto, incapace o non disposto a neutralizzare le milizie anti pakistane presenti lungo la frontiera.
L’instabilità del nord ovest pakistano ha inoltre conseguenze economiche e geopolitiche rilevanti. Ogni attentato indebolisce la fiducia degli investitori, mette a rischio infrastrutture strategiche e complica i corridoi commerciali verso l’Asia centrale. La situazione preoccupa soprattutto la Cina, che considera il Pakistan un partner fondamentale per i propri progetti eurasiatici e teme che la violenza possa colpire infrastrutture e personale cinese.
Anche India e Stati Uniti osservano con attenzione la crisi. Nuova Delhi teme che un Pakistan più instabile possa favorire radicalizzazione e tensioni lungo il Kashmir. Washington, pur dopo il ritiro dall’Afghanistan, continua a considerare la stabilità pakistana una questione strategica, soprattutto per il rischio legato al terrorismo regionale e alla sicurezza di una potenza nucleare.




