di Giuseppe Gagliano –

In Cisgiordania si continua a morire. Questa volta non in un’operazione militare su larga scala, non in quegli scontri caotici che dopo il 7 ottobre sono diventati quasi quotidiani. Qui ci troviamo davanti a qualcosa di diverso e, se possibile, ancora più inquietante: due palestinesi uccisi mentre sembravano arrendersi, disarmati, sotto gli occhi delle telecamere. Le Nazioni Unite non hanno usato giri di parole: “esecuzione sommaria”. Parole pesanti, che in qualunque altro contesto politico avrebbero fatto tremare un governo.

L’esercito e la polizia israeliana raccontano un’altra storia. Parlano di un’operazione mirata a Jenin, di due ricercati affiliati a una “rete terroristica”. Ma non forniscono dettagli, non chiariscono accuse precise, non mostrano prove. E soprattutto non spiegano perché quei due uomini, ripresi mentre escono con le mani alzate, siano stati abbattuti sul posto. La Jihad Islamica li rivendica come propri militanti, ma questo non cambia la sostanza del problema: il diritto internazionale non prevede condanne eseguite per strada, senza processo.

A rendere tutto più surreale è l’intervento del ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, che definisce l’operato della polizia “esemplare” e aggiunge: “I terroristi devono morire”. È la filosofia politica che sta prendendo piede in una parte della società israeliana: giustizia immediata, senza tribunali, senza verifiche. Una visione che mina lo Stato di diritto, e che crea un cortocircuito tra politica, militari e polizia. Persino l’ONU, abituata alla cautela diplomatica, ha bollato quelle parole come “abhorrente”, aberranti.

Mentre l’attenzione è sulla sparatoria di Jenin, un’altra emergenza sta esplodendo in Cisgiordania: la violenza dei coloni. Attacchi contro palestinesi, case incendiate, auto bruciate. Persino soldati dell’IDF e civili israeliani sono stati aggrediti da gruppi di estremisti ebrei. Una donna palestinese, colpita alla testa durante il raccolto delle olive, è stata ridotta in fin di vita. È un fenomeno che Netanyahu condanna formalmente ma che, nei fatti, nasce anche dal clima politico che il suo governo ha contribuito a creare: un clima dove alcuni si sentono autorizzati a tutto.

Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui chiedono a Israele di fermare l’escalation e rispettare il diritto internazionale. Non accade spesso che le principali capitali europee trovino una voce unica su Israele, ma l’aumento della violenza in Cisgiordania sta mettendo in imbarazzo governi storicamente cauti. Condannano i coloni, chiedono stabilità e avvertono Netanyahu sul piano di insediamento E1: un progetto urbanistico che taglierebbe in due la Cisgiordania, isolerebbe Gerusalemme Est e renderebbe impossibile qualunque futuro Stato palestinese.

Nella dichiarazione europea spunta un riferimento curioso: viene riconosciuto l’appoggio del presidente Trump alla linea anti-annessione. Un segnale che il quadro diplomatico è meno monolitico di quanto sembri. Trump vuole evitare annessioni formali mentre cerca di rafforzare i rapporti con i Paesi arabi del Golfo e mantenere una certa stabilità in Cisgiordania, almeno finché i negoziati regionali serviranno agli interessi americani. Un equilibrio cinico, ma che dimostra come anche Washington stia iniziando a temere che la situazione degeneri oltre il controllabile.

La verità è che la Cisgiordania è entrata in una fase di frammentazione incontrollabile. Le forze di sicurezza israeliane agiscono con modalità sempre più controverse, i coloni estremisti agiscono come se fossero una milizia parallela e l’Autorità Palestinese rischia il collasso finanziario per le entrate fiscali trattenute da Israele. È una miscela pericolosa. L’Europa chiede la restituzione dei fondi, ma Netanyahu, impegnato a tenere insieme la sua coalizione, non sembra intenzionato a fare concessioni. Nel frattempo, la violenza cresce e la fiducia tra le parti scende a livelli mai visti.

La sparatoria di Jenin non è un incidente isolato. È il simbolo di una crisi che travolge l’intero sistema, e che potrebbe trasformarsi in un nuovo epicentro d’instabilità regionale. In Cisgiordania, il confine tra sicurezza e vendetta si fa ogni giorno più sottile. E quando questo confine scompare, la pace diventa un miraggio lontano.