di Giuseppe Gagliano –
La violenza che ha travolto la Cisgiordania nelle ultime settimane non è un episodio isolato. È il sintomo di un progetto politico di lungo periodo, costruito pezzo dopo pezzo con demolizioni, aggressioni, confische e insediamenti illegali. Secondo i dati diffusi dalla Commissione palestinese per la colonizzazione e la resistenza al muro, solo nel mese di ottobre si sono registrati oltre duemila attacchi, di cui oltre 750 compiuti da coloni israeliani e più di 1.500 da parte dell’esercito. Numeri che raccontano una guerra silenziosa, senza tregua e senza eserciti contrapposti, ma con un’unica vittima: la popolazione palestinese.
Dietro la cronaca di questi episodi si delinea una strategia coerente. Le autorità israeliane chiudono aree agricole con pretesti militari, impediscono ai contadini di raccogliere le olive, lasciano campo libero ai coloni che agiscono come milizie. Le loro incursioni, spesso accompagnate da vandalismi e distruzioni, diventano un’arma di pressione quotidiana per spingere i palestinesi ad abbandonare le loro terre. Si tratta, come ha denunciato Muayyad Shaaban, di un “terrorismo sponsorizzato dallo Stato”: la fusione tra potere politico e violenza privata che trasforma la colonizzazione in un sistema di governo.
L’attuale governo israeliano, la coalizione più a destra nella storia del Paese, ha fatto dell’espansione degli insediamenti la propria linea d’azione. Ogni atto di violenza in Cisgiordania viene formalmente condannato, ma mai represso; ogni avamposto illegale diventa, dopo qualche mese, un insediamento riconosciuto. La distanza tra la legge e la realtà si è azzerata: ciò che nasce come abuso diventa norma, ciò che era temporaneo si fa permanente.
La logica è semplice: rendere la nascita di uno Stato palestinese non solo difficile, ma fisicamente impossibile. Lo strumento più evidente è il progetto E1, rilanciato da Benjamin Netanyahu l’11 settembre scorso, che prevede l’espansione del grande insediamento di Ma’ale Adumim verso Gerusalemme Est. Se realizzato, il piano taglierà in due la Cisgiordania, isolando Gerusalemme dal resto del territorio palestinese e distruggendo l’ultima continuità geografica necessaria per uno Stato indipendente.
È una strategia che si regge sul principio del “fatto compiuto”: occupare, costruire, annettere e poi negoziare da posizioni di forza. Israele non parla più di pace, ma di “sicurezza”, e la sicurezza è diventata la giustificazione di tutto: dell’espansione territoriale, dell’esproprio, perfino della punizione collettiva.
Il silenzio dell’Occidente, quando non è complicità attiva, è un dato politico. Gli Stati Uniti, pur legati a Israele da un’alleanza storica, hanno cominciato a esprimere irritazione: Donald Trump, che pure si è sempre proclamato amico di Tel Aviv, ha avvertito Netanyahu che un’annessione della Cisgiordania potrebbe costare il sostegno di Washington. Ma l’avvertimento resta privo di conseguenze. L’Europa, dal canto suo, alterna dichiarazioni di principio a una paralisi diplomatica che la riduce a spettatrice impotente.
Il diritto internazionale definisce illegali tutti gli insediamenti israeliani nei territori occupati, ma l’applicazione delle risoluzioni ONU resta lettera morta. È il paradosso di un mondo che brandisce la legalità contro alcuni Stati e la dimentica di fronte ad altri. Così, la legittimità selettiva diventa la nuova regola dell’ordine globale, e la causa palestinese scivola ai margini di un’agenda internazionale dominata dal calcolo politico e dall’inerzia morale.
Dietro i numeri ci sono volti. Famiglie espulse dalle loro case, contadini che vedono bruciare gli uliveti, villaggi isolati da checkpoint e strade riservate ai coloni. In un solo mese, 25 demolizioni, centinaia di alberi distrutti, 14 morti. Ogni episodio contribuisce a un processo di spoliazione lenta, che mira a svuotare la Cisgiordania dei suoi abitanti.
Organizzazioni come Medici Senza Frontiere parlano apertamente di “rischio di pulizia etnica”. L’espressione, pesante e controversa, descrive una realtà che non può più essere ignorata: lo spostamento forzato e sistematico di popolazioni civili per alterare la demografia di un territorio. È questo, oggi, il cuore della crisi morale che Shaaban ha denunciato: un mondo che assiste, indignato e inerte, mentre una delle più lunghe occupazioni della storia moderna diventa una normalità amministrata.
La Cisgiordania non è un campo di battaglia tradizionale. È un laboratorio di dominio politico, economico e psicologico. Israele non ha bisogno di bombardare: basta chiudere strade, confiscare terreni, vietare i pozzi, togliere l’acqua, creare recinti invisibili. L’obiettivo è mantenere una popolazione intera in una condizione di precarietà permanente, privandola di sovranità, ma anche di dignità.
Eppure, ogni atto di violenza contro i palestinesi mina la stessa sicurezza di Israele. Una società che fonda la propria stabilità sull’umiliazione di un altro popolo costruisce la propria insicurezza, non la sua pace. La violenza coloniale non si ferma ai confini: si riproduce dentro la società israeliana, alimenta estremismi, corrode le istituzioni, cancella la possibilità del dialogo.
L’idea dei due Stati, un tempo pilastro della diplomazia internazionale, è oggi un miraggio. La frammentazione territoriale, la crescita degli insediamenti e la radicalizzazione politica rendono quasi impossibile tornare indietro. Ma la verità, scrive Muratore in un’altra opera, è che “nessun confine è stabile se costruito sull’ingiustizia”.
La Cisgiordania del 2025 ci mostra la fine di un’illusione: quella che l’occupazione potesse essere provvisoria, che il tempo avrebbe portato la pace. Invece, il tempo ha consolidato l’apartheid territoriale. Ogni ulivo sradicato, ogni casa demolita, ogni bambino cacciato dalla propria terra è un frammento di quella grande sconfitta morale che pesa non solo su Israele, ma sull’intero Occidente.












