Palestina. Cisgiordania: la violenza dei coloni e il silenzio dello Stato (e dell’occidente)

di Giuseppe Gagliano

L’aggressione a tre volontari italiani e una canadese nel villaggio di Ein al-Duyuk non è un episodio isolato. È il segnale di un clima che da mesi si deteriora in Cisgiordania, mentre i coloni israeliani moltiplicano incursioni, intimidazioni e violenze nelle comunità palestinesi. Questa volta però la violenza ha colpito occidentali, cittadini di Paesi amici di Israele, obbligando Roma e Ottawa a intervenire in modo diretto. Il governo italiano ha parlato di episodio “inaccettabile”. Il Canada ha definito gli aggressori “estremisti” e ricordato la sua opposizione all’annessione dei territori. Parole che mostrano quanto il caso sia delicato.
All’alba del 30 novembre, una decina di coloni mascherati ha fatto irruzione nella casa dove i volontari dormivano dopo un turno di sorveglianza civile. Due di loro impugnavano fucili d’assalto. Le ricostruzioni parlano di pestaggi, minacce e distruzione di pannelli solari, un bene essenziale nelle comunità rurali palestinesi. Le grida in arabo, secondo la volontaria canadese, lasciavano intendere un messaggio chiaro: qui non avete diritto di stare.
Gli attacchi si ripetono da settimane nella zona di Gerico, e non per caso. Poco distante è sorto un nuovo avamposto di coloni, costruito senza autorizzazione ma lasciato crescere senza interventi significativi da parte delle autorità israeliane. Lo schema è noto: un avamposto irregolare inizia a operare, la sua presenza altera i rapporti di forza locali e la popolazione palestinese subisce pressioni sempre più costanti attraverso furti di bestiame, danneggiamenti, incursioni notturne e attacchi mirati.
Il contesto politico rende tutto più comprensibile. Alcuni settori della coalizione israeliana non solo tollerano l’espansione dei coloni, ma la incentivano apertamente. Secondo Yedioth Ahronoth, il ministro Smotrich ha accelerato la costruzione di nuovi insediamenti e la requisizione di terre con un obiettivo preciso: consolidare la presenza israeliana in Cisgiordania prima delle prossime elezioni e impedire, nei fatti, la creazione di uno Stato palestinese. In questa logica, la violenza non è un incidente, ma un mezzo. La pressione costante sui villaggi palestinesi genera un cambiamento demografico lento ma reale, e svuota intere aree, rendendo impossibile qualunque futura contiguità territoriale palestinese.
Le Nazioni Unite parlano di oltre mille palestinesi uccisi in due anni da coloni e forze di sicurezza israeliane. I numeri mostrano una tendenza: l’uso della forza diventa uno strumento quotidiano di gestione territoriale.
Mentre i volontari occidentali venivano ricoverati, l’esercito israeliano lanciava tra il 29 e il 30 novembre una vasta operazione di arresti in Cisgiordania: quarantadue persone detenute, veicoli palestinesi distrutti a Salfit, ferimenti a Nablus e Betlemme. Il tutto senza un’azione parallela contro gli aggressori dei volontari né contro l’avamposto illegale che ha innescato le tensioni.
È questo il nodo che attivisti e residenti sottolineano: l’asimmetria nella risposta. I coloni agiscono con margini sempre più larghi, spesso armati, raramente perseguiti. I palestinesi subiscono arresti, controlli, demolizioni. È la fotografia di un doppio regime giuridico, denunciato da anni da organizzazioni internazionali.
Il coinvolgimento di cittadini italiani e canadesi apre una dimensione nuova. Paesi che hanno sempre mantenuto un rapporto stretto con Israele ora si trovano costretti a chiedere conto di comportamenti che, in altri contesti, sarebbero considerati gravissimi. Roma e Ottawa non contestano solo la violenza, ma l’assenza di interventi per fermarla. Chiedono garanzie, protezione, responsabilità. È una crepa diplomatica che, se trascurata, rischia di allargarsi.
Gli analisti israeliani e palestinesi lo dicono da anni: in Cisgiordania è in corso un processo di controllo territoriale che non passa più soltanto per il diritto o per le decisioni governative, ma per la pressione quotidiana sulla popolazione palestinese. Aggressioni, incursioni, avamposti irregolari, arresti di massa: tutto contribuisce a ridefinire chi ha il controllo dei villaggi, delle strade, delle colline. La violenza diventa una forma di pianificazione.
Una domanda resta aperta: per quanto tempo ancora le potenze occidentali accetteranno di essere spettatrici?
L’aggressione ai volontari è solo un frammento di un quadro molto più ampio, ma è anche un punto di svolta. Mostra che la violenza non è più confinata ai rapporti tra coloni e palestinesi: ora tocca anche cittadini stranieri che si trovano sul terreno per scopi umanitari. E pone a Israele una responsabilità nuova, davanti a Paesi che non possono più ignorare ciò che sta accadendo.