di Enrico Oliari e Giuseppe Gagliano –
Decine di coloni israeliani hanno attaccato il centro abitato di Jait, in Cisgiordania, scagliando bombe molotov e incendiando quanto più potevano, compreso campi coltivati, auto e case dei palestinesi. Il bilancio è stato di un ragazzo palestinese di 20 anni ucciso e un altro gravemente ferito.
I terroristi, circa una cinquantina (secondo testimoni un centinaio) a volto coperto, si sono avvicinati a Jait di notte lanciando gas lacrimogeni e bottiglie molotov, e secondo quanto riportato dagli abitanti l’esercito sarebbe arrivato circa un’ora dopo, lasciando così tempo agli aggressori di agire. Fonti dell’esercito hanno invece riportato che i militari sarebbero intervenuti subito sparando colpi per aria, ma l’unico colone arrestato è già stato rilasciato.
Il quotidiano israeliano Haaretz ha riportato che come riporta una prima indagine della Difesa, “I soldati di riserva erano accanto ai coloni che hanno fatto irruzione nel villaggio di Jait, nessuno ha fermato i rivoltosi (…). Un alto funzionario della sicurezza ha affermato che ‘i soldati non hanno fatto nulla per impedire il pogrom’, sebbene abbia detto che il personale di riserva e la classe di allerta erano testimoni. Hanno visto tutto e non hanno fatto nulla’”.
Dura la condanna da parte del presidente israeliano Isaac Herzog, mentre il premier Benjamin Netanyahu ha parlato del diritto dei coloni ad agire contro il terrorismo. Pe il presidente turco Recep Tap Erdogan si è trattato di un “pogrom”, mentre i ministri degli Esteri di Gran Bretagna e Francia, David Lammy e Stephane Sejourne, si sono limitati a condannare la “violenza inaccettabile”. Il Pesc Josep Borrell ha comunicato su X l’intenzione di “presentare una proposta di sanzioni dell’Ue contro i sostenitori dei coloni violenti, compresi alcuni membri del governo israeliano”.
La decisione di Israele di proseguire con la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania, come quello annunciato il 14 agosto, riflette la continuità di una politica che contrasta apertamente con il diritto internazionale, come affermato dalla Corte internazionale di giustizia (ICJ) delle Nazioni Unite. Questa politica non solo alimenta le tensioni con l’Autorità Nazionale Palestinese, ma contribuisce anche a esacerbare il conflitto israelo-palestinese, ostacolando ulteriormente le prospettive di una soluzione a due Stati.
La ferma dichiarazione del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, secondo cui si procederà con l’annessione della Cisgiordania tramite un controllo capillare e quella che lui ha definito la “vittoria delle colonie”, sottolinea l’impegno del governo israeliano a proseguire l’espansione degli insediamenti, nonostante la condanna internazionale e le richieste di cessare tali attività. La risposta della comunità internazionale, che include il riconoscimento dello Stato palestinese da parte di diversi Paesi, rappresenta un chiaro segnale di disapprovazione verso la politica israeliana. Tuttavia Israele, citando i legami storici e biblici con la terra, continua a difendere la legittimità dei propri insediamenti. L’insediamento di Nachal Heletz, parte di un cluster più ampio, dimostra come l’espansione territoriale sia vista da Israele non solo come una necessità di sicurezza, ma anche come un elemento fondamentale dell’identità nazionale.
Sono oltre 700mila gli israeliani che vivono nelle terre rubate ai palestinesi, distribuiti in oltre 260 colonie.
La reazione della Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato illegale la presenza israeliana nei territori occupati, potrebbe avere implicazioni significative, influenzando l’opinione pubblica e le future azioni diplomatiche. Tuttavia la retorica ferma di Benjamin Netanyahu e del suo governo suggerisce che Israele non intende modificare la propria politica, nonostante l’opposizione globale. La questione degli insediamenti rimane un punto centrale e controverso del conflitto israelo-palestinese, con profonde implicazioni per la stabilità regionale e per il futuro delle relazioni tra Israele e il mondo arabo.




