di Giuseppe Gagliano –
Nelle prime ore del 21 novembre l’esercito israeliano ha ucciso cinque membri di Hamas nei pressi di Rafah, presentando l’episodio come l’ennesima dimostrazione della minaccia rappresentata dai combattenti ancora nascosti nella rete di tunnel sotterranei che corre sotto la città. Secondo fonti militari israeliane gli uomini si sarebbero avvicinati alle truppe schierate nel Sud della Striscia in modo giudicato pericoloso e immediato, mentre altri miliziani continuano a emergere dai passaggi sotterranei “avendo ormai perso ogni speranza”, come riportato dall’emittente pubblica Kan.
Dal cessate il fuoco del 10 ottobre, circa duecento combattenti sarebbero rimasti intrappolati nell’area controllata da Israele. Hamas ha chiesto più volte un accordo per il loro rilascio, sostenuto anche da pressioni statunitensi, ma la leadership militare israeliana ha respinto ogni ipotesi di intesa, ribadendo che i miliziani potranno solo arrendersi o rischiare la morte. Una linea dura che rispecchia la convinzione dello Stato maggiore guidato da Eyal Zamir: i tunnel non sono solo un simbolo della capacità militare di Hamas, ma un’infrastruttura strategica la cui eliminazione è considerata indispensabile per impedire un futuro ritorno del movimento nella Striscia.
Gli scontri tra i combattenti intrappolati e le forze israeliane non sono nuovi: almeno due episodi documentati il 19 e il 28 ottobre sono citati da Israele come prova della mancata adesione di Hamas al cessate il fuoco. Nel frattempo i raid del 19 e 20 novembre hanno causato la morte di oltre trenta palestinesi nel centro e nel Sud della Striscia, tra cui diversi bambini, mentre Tel Aviv prosegue con ampie operazioni di demolizione di edifici e infrastrutture dietro la cosiddetta Linea gialla, la fascia che divide i settori sotto controllo israeliano da quelli in cui Hamas ha ripristinato una certa capacità di comando.
Oggi Israele controlla circa il cinquantatré per cento dell’enclave, mentre la restante parte è amministrata da strutture locali legate a Hamas. In questo quadro il governo israeliano ha creato un ristretto gruppo ministeriale incaricato di supervisionare il cessate il fuoco, includendo figure come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, da sempre ostili a qualsiasi negoziato con Hamas e favorevoli alla prosecuzione dell’offensiva.
Una recente commissione parlamentare israeliana ha chiesto una valutazione aggiornata delle forze palestinesi ancora operative a Gaza. L’esercito ha stimato tra i ventimila e i venticinquemila i combattenti di Hamas, mentre la Jihad islamica ne manterrebbe tra gli ottomila e i diecimila. Ma a complicare ulteriormente il quadro è la proliferazione di gruppi armati locali: clan familiari, bande criminali, nuove milizie create durante la crisi. Alcune sarebbero sostenute direttamente da Israele, come riconosciuto dallo stesso primo ministro il 5 giugno, nel tentativo di indebolire Hamas creando un mosaico di poteri rivali.
Anche settori dell’Autorità Palestinese sembrerebbero fornire supporto sotterraneo ad alcuni gruppi con l’obiettivo di recuperare un ruolo politico nella Striscia. Tuttavia nessuna di queste formazioni è stata inserita nel piano di pace statunitense che prevede, per la fase successiva, la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione e una nuova polizia palestinese incaricata di garantire la sicurezza. Un’architettura fragile che dovrà confrontarsi con un territorio frammentato, armato e segnato da anni di guerra urbana.
La persistenza dei combattenti nei tunnel ha un impatto diretto anche sulle prospettive di ricostruzione. Ogni giorno di combattimento supplementare ritarda l’ingresso degli investimenti internazionali, mentre la distruzione delle infrastrutture nella zona meridionale blocca i corridoi umanitari e commerciali che avrebbero dovuto costituire la base del rilancio dell’economia locale. Per Israele mantenere il controllo di questa fascia è considerato essenziale anche dal punto di vista strategico: impedisce a Hamas di riaprire le vie di rifornimento verso l’Egitto e permette di tenere sotto controllo i passaggi sotterranei verso il confine di Rafah.
Gli Stati Uniti, pur sostenendo formalmente il piano di stabilizzazione, sono sempre più preoccupati dal rischio che l’offensiva prolungata renda impraticabile qualsiasi transizione politica. Washington teme un effetto domino regionale, soprattutto se le tensioni nel Sud dovessero riaccendere il fronte con Hezbollah o alimentare la pressione iraniana.
In questo quadro il conflitto nei tunnel di Rafah assume un valore politico che va oltre la dimensione militare. Per Hamas la sopravvivenza di alcuni nuclei armati rappresenta la possibilità di rimanere attore rilevante nei futuri negoziati. Per Israele, al contrario, la loro eliminazione è vista come condizione necessaria per qualsiasi accordo. I paesi arabi osservano con preoccupazione: l’Egitto teme un’ulteriore destabilizzazione del proprio confine, mentre Arabia Saudita, Qatar e Giordania temono che la mancata stabilizzazione della Striscia possa incendiare ulteriori fronti.
La tregua appare dunque sempre più come una coperta corta, incapace di contenere le ambizioni contrapposte dei protagonisti. E Rafah, con i suoi tunnel e le sue macerie, resta il punto nevralgico di un conflitto che nessuno riesce davvero a fermare.




