di Giuseppe Gagliano –

La soluzione dei due Stati rischia di rimanere una prospettiva diplomatica priva delle condizioni necessarie per essere realizzata. A sottolinearlo è Nickolay Mladenov, alto rappresentante per Gaza del Consiglio per la pace, intervenuto il 7 settembre al convegno di Hili ad Abu Dhabi, indicando nel controllo militare israeliano, nel disarmo di Hamas e nella mancata formazione di un’amministrazione palestinese effettiva i principali ostacoli al futuro della Striscia.

Secondo Mladenov, oltre la metà di Gaza sarebbe ancora sotto controllo militare israeliano, mentre Hamas conserverebbe il controllo della parte restante. La commissione palestinese di tecnocrati incaricata di amministrare il territorio non sarebbe inoltre ancora stata autorizzata a entrare nella Striscia.

In queste condizioni, la prospettiva di uno Stato palestinese incontra un problema fondamentale: la mancanza di continuità territoriale e di un’autorità capace di esercitare effettivamente le proprie funzioni, controllare la sicurezza e gestire la ricostruzione.

Uno dei nodi principali riguarda la successione delle diverse fasi del processo. Israele chiede il disarmo di Hamas prima di procedere con ulteriori ritiri e consentire il pieno avvio della nuova amministrazione palestinese.

Secondo quanto riferito da Mladenov, il 30 luglio Hamas avrebbe accettato di rinunciare alle armi pesanti a condizione che il processo fosse controllato dalla Forza internazionale di stabilizzazione. Una disponibilità che, se confermata e attuata, rappresenterebbe un passaggio significativo, ma non equivarrebbe al completo smantellamento delle capacità militari del movimento.

La forza internazionale dovrebbe essere comandata dal generale statunitense Jasper Jeffers e avere tra i propri compiti l’addestramento della polizia palestinese e la supervisione del processo di disarmo. Sarebbero inoltre in corso trattative con altri due Paesi per ottenere ulteriori contingenti.

Il problema è che ciascuna fase dipende dalla precedente. Israele non intende completare il ritiro senza garanzie sul disarmo; Hamas chiede garanzie internazionali prima di consegnare le proprie capacità militari; la forza internazionale necessita di condizioni di sicurezza sufficienti per operare; la nuova amministrazione palestinese non può assumere il controllo senza un accordo politico e operativo.

Il risultato è uno stallo nel quale nessuno degli attori principali vuole sostenere il rischio di compiere per primo un passo difficilmente reversibile.

Dal punto di vista della sicurezza, la consegna delle sole armi pesanti non sarebbe sufficiente a eliminare la capacità militare di Hamas. Resterebbero armi leggere, reti clandestine, infrastrutture sotterranee e la possibilità di ricostituire cellule operative.

Il disarmo di un’organizzazione profondamente radicata nel territorio richiede quindi non soltanto strumenti militari e di intelligence, ma anche un’autorità palestinese sufficientemente legittimata da poter assumere progressivamente il controllo della sicurezza. Una forza internazionale percepita dalla popolazione come semplice prolungamento della presenza israeliana rischierebbe invece di diventare essa stessa un obiettivo.

A complicare il quadro interviene la politica interna israeliana. Benjamin Netanyahu affronta una campagna elettorale nella quale la sicurezza nazionale occupa una posizione centrale e qualsiasi concessione su Gaza può essere utilizzata dagli avversari o dai partner più intransigenti della coalizione.

Mladenov ha indicato nella situazione politica israeliana uno degli elementi che rallentano il processo. Anche Jared Kushner, coinvolto nell’iniziativa diplomatica dell’amministrazione Trump, ha sottolineato gli effetti della campagna elettorale sulle decisioni riguardanti la Striscia.

La posizione israeliana non può tuttavia essere spiegata soltanto dalle elezioni. Mantenendo il controllo militare di una parte significativa di Gaza, Israele conserva profondità operativa e capacità di intervenire contro eventuali tentativi di ricostituzione dell’apparato militare di Hamas.

Un ritiro effettuato prima della creazione di un sistema di sicurezza alternativo comporterebbe per Israele il rischio che il movimento recuperi progressivamente parte delle proprie capacità. Una presenza militare prolungata presenta però il problema opposto: può alimentare il consenso verso nuove forme di resistenza e rendere ancora più difficile la costruzione di un’autorità palestinese alternativa.

A questa impasse si aggiunge la dimensione della devastazione. Secondo i dati citati, almeno 73.600 palestinesi sarebbero stati uccisi dall’inizio della guerra, quasi l’intera popolazione sarebbe stata costretta a lasciare almeno una volta la propria abitazione e vaste aree della Striscia risultano distrutte o gravemente danneggiate.

Anche dopo il cessate il fuoco del 9 ottobre, secondo le cifre riportate, sarebbero stati uccisi altri 1.350 palestinesi. La ricostruzione rimane nel frattempo fortemente limitata.

Israele mantiene restrizioni sull’ingresso di alcuni materiali che potrebbero essere utilizzati tanto per la ricostruzione civile quanto per ripristinare infrastrutture militari. Cemento, acciaio, carburanti e apparecchiature hanno infatti una possibile funzione duale.

Il problema è che ritardare la ricostruzione significa contemporaneamente lasciare gran parte della popolazione senza abitazioni, occupazione e prospettive economiche. La questione umanitaria si intreccia quindi direttamente con quella della sicurezza.

Il controllo della ricostruzione rappresenta inoltre una forma di potere sulla futura Gaza. Chi determinerà l’ingresso dei materiali, l’assegnazione dei finanziamenti, gli appalti, l’approvvigionamento energetico e la gestione delle infrastrutture avrà un’influenza considerevole sul nuovo assetto della Striscia.

Le monarchie del Golfo potrebbero assumere un ruolo finanziario importante, ma difficilmente saranno disponibili a sostenere una ricostruzione di grandi dimensioni senza garanzie sulla stabilità politica e sulla sicurezza degli investimenti.

La ricostruzione diventa così parte integrante del negoziato. Israele la collega alla smilitarizzazione, Hamas può utilizzarla come elemento della propria trattativa politica, gli Stati Uniti cercano di inserirla in un nuovo assetto regionale e i possibili finanziatori arabi chiedono un’amministrazione palestinese credibile.

Rimane infine il problema della radicalizzazione. La distruzione delle capacità militari di Hamas non elimina automaticamente le condizioni politiche e sociali che possono permettere la nascita di nuove organizzazioni armate.

Una generazione cresciuta tra distruzione, sfollamento e assenza di prospettive potrebbe rappresentare nel lungo periodo una minaccia alla stessa sicurezza che Israele cerca di ottenere attraverso il controllo militare.

È questa la contraddizione centrale del futuro di Gaza. Israele vuole impedire la ricostituzione di una capacità capace di ripetere un attacco come quello del 7 ottobre, ma una presenza militare indefinita e l’assenza di una prospettiva politica rischiano di perpetuare le condizioni del conflitto.

La soluzione dei due Stati rimane formalmente sul tavolo, ma per trasformarsi in un progetto concreto richiede almeno un’autorità palestinese funzionante, un processo verificabile di disarmo, garanzie di sicurezza per Israele, la ricostruzione della Striscia e un percorso concordato per il ritiro delle forze israeliane. Senza questi elementi, continuerà a esistere soprattutto nei documenti diplomatici, mentre sul terreno la separazione territoriale e politica diventerà sempre più difficile da superare.