di Giuseppe Gagliano –
In Cisgiordania oltre trecento insediamenti israeliani e più di novecento posti di blocco militari disegnano una mappa che non ha nulla di casuale. È la rappresentazione concreta di una strategia di controllo che, da decenni, frammenta il territorio palestinese e ne limita ogni possibilità di sviluppo politico, economico e sociale. Israele ha costruito un sistema di connessioni tra colonie, strade riservate e barriere fisiche che consente una vigilanza capillare, impedendo ai palestinesi di muoversi liberamente e di accedere a risorse vitali come l’acqua o la terra coltivabile.
L’obiettivo non è più soltanto militare. Come ha spiegato l’antropologo israeliano Jeff Halper, Israele ha trasformato l’occupazione in un meccanismo di amministrazione permanente. Una rete di infrastrutture, permessi, burocrazie e controlli che maschera la natura coloniale del sistema dietro l’immagine di una “gestione civile”. In questo modo si riduce la percezione di un’occupazione armata, mentre si mantiene il dominio sui palestinesi attraverso strumenti apparentemente legali e regolamentari.
Hebron è stata il laboratorio di questa politica. Dopo la strage del 1994 compiuta dal colono Baruch Goldstein nella moschea di Ibrahimi, Israele divise la città in due settori separando fisicamente palestinesi e coloni. Da allora il modello si è esteso all’intera Cisgiordania: percorsi segregati, aree di sicurezza e insediamenti che avanzano lentamente nei territori palestinesi, spingendo le comunità locali in spazi sempre più ristretti.
Mentre Donald Trump afferma di non voler consentire un’annessione formale della Cisgiordania, Israele procede nei fatti. Il trasferimento delle competenze dall’amministrazione militare a quella civile segna un passo cruciale verso un controllo permanente. Gli insediamenti vengono normalizzati, i coloni godono degli stessi diritti dei cittadini israeliani, mentre ai palestinesi restano restrizioni e negazioni di libertà fondamentali. Il governo Netanyahu e i suoi ministri di estrema destra stanno ridefinendo la legislazione per dissolvere le distinzioni tra Israele e territori occupati.
Il progetto più emblematico di questa strategia è il piano E1, firmato da Netanyahu l’11 settembre. Si tratta dell’espansione del grande insediamento di Ma’ale Adumim verso Gerusalemme Est, con la costruzione di 4mila nuove abitazioni per israeliani. Se realizzato, il piano dividerebbe la Cisgiordania in due blocchi, impedendo la nascita di uno Stato palestinese contiguo e rendendo irreversibile la frammentazione del territorio. Le comunità beduine presenti nella zona, circa 3.700 persone, verrebbero deportate o confinate in enclave prive di servizi essenziali.
Medici Senza Frontiere e le organizzazioni per i diritti umani avvertono di un possibile sfollamento di massa, mentre alcuni deputati israeliani, come Ofer Cassif, mettono in guardia dal rischio di “atrocità di massa” e perfino di guerra civile interna. La progressiva assimilazione della Cisgiordania nel tessuto giuridico israeliano, unita all’impunità dei coloni e alla distruzione sistematica dei villaggi palestinesi, prepara il terreno a una nuova catastrofe.
Questa strategia non è solo militare o ideologica. È economica e geopolitica. Il controllo del territorio consente a Israele di dominare le vie di comunicazione, le risorse idriche e agricole, e di proiettare potere sull’intera regione del Giordano. L’obiettivo non è soltanto impedire la nascita di uno Stato palestinese, ma consolidare Israele come potenza regionale capace di gestire sicurezza, commercio e influenza diplomatica in Medio Oriente.
In Cisgiordania non è in corso una guerra aperta, ma un lento strangolamento. È la geopolitica della pazienza, la costruzione metodica di una realtà che un giorno renderà superfluo ogni negoziato di pace, perché il conflitto sarà stato già deciso sul terreno.



