di Giuseppe Gagliano –
La decisione del governo israeliano di riconoscere diciannove nuovi insediamenti in Cisgiordania non è un atto amministrativo qualunque. È una scelta politica strutturale, che definisce una traiettoria. Undici nuove colonie e la legalizzazione di otto avamposti finora illegali anche secondo il diritto israeliano sanciscono un passaggio di fase: l’espansione non è più una conseguenza del conflitto, ma uno strumento deliberato per impedirne qualsiasi soluzione negoziata.
La spinta viene dall’asse più ideologico dell’esecutivo, incarnato dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, affiancato dal ministro della Difesa Israel Katz. Smotrich non nasconde l’obiettivo: bloccare la nascita di uno Stato palestinese. Non è una dichiarazione estemporanea, ma la chiave di lettura dell’intera politica territoriale israeliana degli ultimi anni.
Il ritorno di Ganim e Kadim, smantellate nel 2005 con il piano di disimpegno voluto da Ariel Sharon, segna simbolicamente la chiusura di quella stagione. Il disimpegno, presentato allora come un sacrificio necessario per la sicurezza, viene oggi rovesciato. La logica non è più ridurre l’attrito, ma consolidare la presenza.
Dal novembre 2022, con l’ingresso di Smotrich nel governo, gli insediamenti autorizzati sono arrivati a sessantanove. A maggio ne erano stati approvati altri ventidue, mentre il progetto E1 – tra Gerusalemme e Maale Adumim – riapre un corridoio territoriale che spezza in due la Cisgiordania, rendendo impraticabile la continuità geografica di un futuro Stato palestinese.
Secondo il diritto internazionale, tutti gli insediamenti nei territori occupati sono illegali. Lo ha ribadito anche la Corte internazionale di giustizia, che nel luglio 2024 ha definito illegale l’occupazione israeliana e ha chiesto il ritiro delle colonie. Ma il diritto, in questo contesto, non è più un vincolo: è un rumore di fondo.
Le Nazioni Unite registrano che l’espansione degli insediamenti ha raggiunto il livello più alto dal 2017. Il segretario generale Antonio Guterres parla di tensioni crescenti e di una minaccia diretta alla fattibilità di uno Stato palestinese. Parole che si accumulano, senza produrre effetti.
Londra, Parigi, Riyadh condannano. Il Regno Unito avverte che la decisione mina la soluzione a due Stati. La Francia e il Regno Unito, insieme ad altri Paesi occidentali, hanno riconosciuto formalmente lo Stato palestinese, ma si tratta di un gesto politico più simbolico che operativo. Israele, con Benjamin Netanyahu, ha risposto senza ambiguità: uno Stato palestinese non ci sarà.
Anche Washington appare divisa. Donald Trump ha avvertito che un’annessione formale farebbe perdere a Israele il sostegno statunitense. Ma l’annessione informale, quella che avanza per fatti compiuti, procede senza ostacoli reali.
Sul terreno, la conseguenza è un aumento della violenza. Dall’inizio della guerra a Gaza, oltre mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania. Gli attacchi di coloni e forze di sicurezza si moltiplicano. Non è solo una questione di ordine pubblico: è la traduzione concreta di una strategia territoriale che mira a rendere irreversibile la presenza israeliana.
La Cisgiordania diventa così il laboratorio di una soluzione unilaterale: niente Stato palestinese, frammentazione permanente, gestione securitaria di una popolazione senza sovranità. È un modello che non promette stabilità, ma un conflitto a bassa intensità senza fine. E proprio per questo, dal punto di vista di chi lo persegue, appare sostenibile.



