di Giuseppe Gagliano –
Mentre l’attenzione internazionale resta puntata su Gaza, l’esercito israeliano riapre il fronte della Cisgiordania con una vasta incursione nel settore settentrionale del territorio occupato. Un intervento annunciato nella notte tra martedì e mercoledì, presentato come “operazione antiterrorismo”, ma senza alcuna spiegazione sugli obiettivi reali. La formula è ormai un rito: rassicurare l’opinione pubblica israeliana, evitare domande fastidiose e mantenere la libertà di azione militare in un territorio che da oltre mezzo secolo vive sotto occupazione.
Questa nuova incursione non è un episodio isolato. Al contrario, conferma una tendenza consolidata: la Cisgiordania è diventata il secondo campo di battaglia, un teatro di operazioni continue che ignorano apertamente il diritto internazionale. Raids, arresti di massa, esecuzioni mirate: è un ciclo che non si interrompe mai, neppure quando altrove si dichiara una tregua. I numeri dell’Autorità palestinese parlano di oltre un migliaio di morti palestinesi dal 2023, in gran parte civili colpiti durante operazioni militari o dalle aggressioni dei coloni.
Il paradosso è evidente. Da un lato Israele pretende calma assoluta da parte palestinese, dall’altro lascia mano libera ai coloni più radicali, che agiscono in un clima di totale impunità. Le Nazioni Unite hanno segnalato in ottobre il livello più alto di attacchi di coloni degli ultimi vent’anni: abitazioni incendiate, veicoli distrutti, comunità prese di mira per costringerle a lasciare il territorio. Una strategia di pressione costante che, sommata alla presenza militare, produce un lento ma inesorabile spostamento forzato della popolazione.
La tregua dichiarata a Gaza non ha mai toccato la Cisgiordania. Le forze israeliane hanno continuato a colpire, con Washington che, pur essendo il principale garante della de-escalation, non esercita alcun freno reale sul suo alleato. I dati forniti da Israele segnalano quarantatré israeliani uccisi in Cisgiordania dal 2023, cifra che viene puntualmente utilizzata come giustificazione per operazioni che però colpiscono soprattutto i palestinesi. Anche qui è in gioco un equilibrio fragile: gli Stati Uniti vogliono contenere l’incendio regionale, ma evitano di mettere realmente in discussione la strategia israeliana.
L’episodio del dieci novembre testimonia il clima di disperazione: due palestinesi uccisi dopo un attacco al coltello nei pressi di Betlemme. Giovani cresciuti in un territorio frammentato, chiuso da posti di blocco, dove la quotidianità è fatta di limitazioni, controlli e incursioni notturne. Una generazione che non ha mai visto un processo di pace, né intravisto un futuro diverso da quello dell’occupazione. La frustrazione diventa terreno fertile per piccoli gruppi armati, ma anche per gesti individuali che rivelano un malessere profondo.
Questa ultima operazione, avviata mentre gli sguardi restano puntati su Gaza, viene interpretata da molti osservatori come un tentativo di consolidare il controllo israeliano sulla Cisgiordania approfittando della distrazione internazionale. L’avanzata dei coloni, la pressione dell’esercito, la demolizione sistematica di infrastrutture palestinesi: è un mosaico che si ricompone in una strategia di lungo periodo mirata a ridisegnare la geografia del territorio. Una mossa che allontana ogni prospettiva di soluzione politica.
Il divario tra la propaganda ufficiale e la realtà dei fatti non è mai stato così marcato. Da una parte il linguaggio della sicurezza, dall’altra un territorio occupato sottoposto a un livello di pressione che non accenna a diminuire. La Cisgiordania vive un’escalation silenziosa ma costante, destinata a produrre nuove ondate di violenza e a rendere ancora più remoto qualsiasi percorso verso una pace giusta e duratura.



