Palestina, la guerra contro le donne e il futuro amputato

di Giuseppe Gagliano

Una crisi che non nasce con le bombe.
La Palestina non è soltanto un teatro di guerra. È un laboratorio tragico in cui si vede, con crudezza quasi insopportabile, che cosa accade quando una crisi umanitaria diventa forma permanente della vita. Non più l’emergenza come interruzione della normalità, ma l’emergenza come normalità. Non più la guerra come evento eccezionale, ma la guerra come ambiente dentro cui si nasce, si cresce, si ama, si studia, si lavora, si partorisce, si invecchia e si muore.
È qui che la condizione delle donne palestinesi assume un valore politico e strategico enorme. Perché raccontare la loro vita non significa aggiungere un capitolo “umanitario” alla questione palestinese. Significa entrare nel punto più profondo del conflitto: là dove occupazione, bombardamenti, blocco economico, patriarcato, povertà, frammentazione territoriale e collasso dei servizi si incontrano e si scaricano sui corpi, sui tempi e sulle responsabilità delle donne.
La crisi palestinese, infatti, non cade su una pagina bianca. Non nasce nell’ottobre 2023, anche se da allora ha conosciuto una devastazione radicale. Cade su decenni di occupazione militare, restrizioni alla mobilità, espansione degli insediamenti in Cisgiordania, blocco di Gaza, precarietà economica, dipendenza dagli aiuti e disuguaglianze sociali sedimentate. Il risultato è che la guerra non crea semplicemente nuove vulnerabilità: accelera, amplifica e rende letali quelle già esistenti.
Il punto decisivo è questo: le crisi non sono mai neutrali. Non colpiscono uomini e donne allo stesso modo, non perché le donne siano più fragili per natura, ma perché la società, l’economia e il potere hanno già assegnato loro un posto più esposto. Quando crollano l’acqua, la sanità, la scuola, il lavoro, la casa, la sicurezza alimentare, non crolla solo l’architettura materiale della vita. Crolla l’intero sistema di protezione quotidiana. E dentro quel crollo sono le donne a dover garantire continuità: nutrire, curare, calmare, proteggere, organizzare, cercare, negoziare, sopravvivere.
La ricerca è costruita su 57 interviste approfondite con donne e ragazze di Gaza, Cisgiordania e diaspora, integrate dalle testimonianze di organizzazioni femminili e di operatrici umanitarie. Il suo impianto mostra come occupazione, patriarcato e crisi protratta si intreccino nel determinare non solo la vulnerabilità delle donne palestinesi, ma anche le loro forme di azione, organizzazione e resistenza.

Gaza: la distruzione della casa e della privacy.
Gaza è il luogo in cui la guerra assume la forma più brutale: distruzione urbana, sfollamento, fame, assenza di acqua, sistema sanitario al collasso, scuole trasformate in rifugi, tende che prendono il posto delle case, latrine condivise, code interminabili per il pane o gli aiuti. Ma ridurre Gaza a una sequenza di rovine sarebbe ancora insufficiente. Perché la distruzione più profonda non è soltanto quella degli edifici. È la distruzione dello spazio privato.
Per una donna, la casa non è semplicemente un bene immobiliare. È il luogo della cura, dell’intimità, della protezione dei figli, della memoria familiare, della gestione del tempo. Quando la casa scompare, scompare anche quella fragile frontiera che separa la vita personale dall’esposizione totale. Vivere in una tenda, in una scuola affollata, in un edificio danneggiato o in un riparo improvvisato significa essere sempre visibili, sempre vulnerabili, sempre dipendenti da altri.
La perdita della privacy ha un significato particolare per donne e ragazze. Lavarsi, cambiarsi, gestire le mestruazioni, allattare, dormire, andare in bagno diventano azioni cariche di rischio, vergogna, paura. Non sono dettagli minori. Sono il cuore della dignità umana. Una crisi che impedisce a una ragazza di curare il proprio corpo senza esporsi allo sguardo degli altri non è solo una crisi sanitaria. È una crisi morale e politica.
In questo quadro, la fame non è solo mancanza di calorie. È decisione quotidiana su chi mangia e chi aspetta. È una madre che riduce la propria razione per lasciare qualcosa ai figli. È una donna incinta o che allatta costretta a vivere senza alimentazione adeguata. È il corpo femminile trasformato in ammortizzatore biologico della catastrofe.
Lo stesso vale per l’acqua. Senza acqua non c’è igiene, non c’è salute, non c’è cura dei bambini, non c’è protezione mestruale, non c’è prevenzione delle malattie. Le donne diventano amministratrici della scarsità, incaricate di distribuire ciò che non basta mai. Ogni tanica diventa un problema logistico, sanitario e familiare. Ogni fila diventa esposizione al pericolo. Ogni spreco, anche minimo, diventa colpa.

Cisgiordania: la violenza lenta del controllo.
Se Gaza è la forma concentrata della devastazione, la Cisgiordania è il luogo della compressione continua. Qui la violenza non sempre esplode con la stessa intensità spettacolare, ma si insinua nella vita quotidiana attraverso posti di blocco, incursioni, chiusure, controlli, demolizioni, espansione degli insediamenti, restrizioni agli spostamenti, incertezza permanente.
La mobilità è il vero campo di battaglia nascosto. Per una donna, non poter attraversare un posto di blocco non significa soltanto perdere tempo. Significa non raggiungere un ospedale, non andare al lavoro, non accompagnare un figlio a scuola, non partecipare a una riunione comunitaria, non accedere a un servizio, non poter programmare la propria giornata. Il controllo dello spazio diventa controllo del tempo. E il controllo del tempo diventa controllo della vita.
In Cisgiordania la crisi assume spesso la forma dell’impossibilità. Impossibilità di muoversi liberamente, di costruire, di progettare, di vivere senza il timore dell’irruzione improvvisa del potere militare. Non è necessario distruggere tutto per rendere precaria l’esistenza. Basta rendere ogni azione dipendente da un permesso, da un varco, da un ordine, da una chiusura, da una minaccia.
Per le donne questo significa ulteriore confinamento. Le famiglie, davanti all’aumento dei rischi esterni, tendono a limitare la mobilità femminile. Le ragazze possono essere spinte ad abbandonare la scuola, a restare in casa, a rinunciare al lavoro o alla partecipazione pubblica. La militarizzazione produce così un doppio effetto: restringe lo spazio politico della società palestinese e rafforza, al suo interno, norme patriarcali presentate come misure di protezione.

Il patriarcato sotto occupazione.
Uno degli aspetti più delicati è il rapporto tra occupazione e patriarcato. Sarebbe troppo semplice dire che la violenza viene solo dall’esterno. Sarebbe altrettanto falso ignorare il peso del controllo militare, della frammentazione territoriale e della povertà nell’irrigidire i rapporti sociali interni. La realtà è più complessa: l’occupazione non inventa il patriarcato, ma lo rafforza; la crisi non crea da sola la disuguaglianza, ma la rende più pesante; la guerra non produce automaticamente violenza di genere, ma ne moltiplica le condizioni.
Quando un uomo perde lavoro, reddito, mobilità, ruolo sociale, può reagire con frustrazione e aggressività. Quando una famiglia vive in uno spazio sovraffollato, senza privacy e senza prospettive, la tensione domestica aumenta. Quando le istituzioni collassano, diminuiscono anche i meccanismi di protezione. Quando la dipendenza dagli aiuti diventa centrale, il potere di decidere chi riceve cosa può trasformarsi in un ulteriore spazio di abuso.
La violenza di genere, dunque, non va vista solo come un fatto individuale. È anche una conseguenza strutturale della crisi. Si manifesta nelle case, nei rifugi, nei luoghi pubblici, nei punti di distribuzione degli aiuti. Si alimenta del sovraffollamento, dell’insicurezza, della vergogna, della paura di denunciare, della mancanza di servizi, dello stigma sociale. Le donne si trovano spesso costrette a tacere, perché parlare può significare esporsi a ritorsioni, isolamento o perdita di sostegno familiare.
Il rapporto evidenzia proprio questa dimensione intersezionale: mobilità limitata, rischio di violenza, collasso delle infrastrutture, insicurezza alimentare e carichi di cura intensificati agiscono insieme, producendo una pressione fisica, emotiva e sociale sproporzionata sulle donne.

Salute: il corpo femminile come ultimo presidio.
La sanità è uno dei settori in cui la crisi mostra più chiaramente la propria natura politica. Un sistema sanitario distrutto o inaccessibile non produce soltanto morti immediate. Produce danni che attraversano generazioni. Per le donne questo significa gravidanze senza controlli adeguati, parti in condizioni insicure, difficoltà di accesso alla contraccezione, peggioramento della salute mentale, assenza di cure per malattie croniche, aumento dei rischi per adolescenti, anziane e donne con disabilità.
La salute mentale merita un discorso particolare. In Palestina il trauma non è un evento isolato. È accumulo. È lutto ripetuto, paura permanente, perdita della casa, sfollamento, fame, responsabilità familiare, senso di impotenza. Le donne sono spesso chiamate a contenere il dolore degli altri prima ancora di poter riconoscere il proprio. Devono rassicurare i figli mentre tremano. Devono organizzare il cibo mentre hanno fame. Devono mantenere una parvenza di normalità quando la normalità è stata cancellata.
Qui la parola “resilienza” diventa pericolosa. Perché se la usiamo male, finiamo per trasformare la capacità di sopportazione in una giustificazione della sofferenza. Dire che le donne palestinesi resistono non deve mai significare che possano essere lasciate sole. La forza non sostituisce i diritti. Il coraggio non sostituisce gli ospedali. La dignità non sostituisce l’acqua, il cibo, la sicurezza, la libertà di movimento.

Scuola e futuro: quando una ragazza perde il domani.
La distruzione dell’istruzione è forse una delle ferite più gravi, perché colpisce direttamente il futuro. Una scuola chiusa, bombardata, occupata da sfollati o resa irraggiungibile non è soltanto un edificio fuori uso. È una generazione sospesa. È la perdita di routine, protezione, relazioni, disciplina, speranza.
Per le ragazze, l’interruzione scolastica ha conseguenze ancora più profonde. In contesti di crisi, la famiglia può considerare l’educazione femminile meno prioritaria. Aumentano i carichi domestici, la cura dei fratelli più piccoli, il rischio di matrimoni precoci o di ritiro dalla vita pubblica. La povertà spinge a scegliere. E quando una famiglia sceglie chi può continuare a studiare, spesso sono le ragazze a pagare il prezzo più alto.
Ma la scuola non è solo trasmissione di conoscenze. È spazio di socialità, protezione, costruzione dell’identità. Una bambina senza scuola non perde soltanto matematica o lingua. Perde una parte della propria possibilità di immaginarsi diversa dalla crisi. Perde il contatto con un mondo in cui il futuro non sia solo sopravvivenza.
Eppure proprio qui si vede anche la capacità di iniziativa delle donne palestinesi. In molti casi sono loro a organizzare forme informali di insegnamento, attività nei rifugi, sostegno ai bambini, tentativi minimi di normalità. Insegnare l’alfabeto sotto una tenda non è un gesto romantico. È un atto politico. Significa dire che il futuro non appartiene solo a chi possiede le armi.

Lavoro, povertà e dipendenza.
La dimensione economica è decisiva. Le donne palestinesi partivano già da una condizione di marginalità lavorativa significativa. La guerra e le restrizioni hanno aggravato tutto: perdita di reddito, distruzione di attività, impossibilità di spostarsi, aumento del lavoro domestico non retribuito, dipendenza dagli aiuti, riduzione degli spazi di autonomia economica.
Il lavoro femminile, quando esiste, diventa più fragile. Molte attività informali vengono interrotte. Le donne che sostenevano la famiglia attraverso piccoli commerci, insegnamento, servizi, agricoltura o lavoro comunitario si trovano senza strumenti, senza mercati, senza sicurezza. E quando una donna perde reddito, non perde solo denaro. Perde potere contrattuale dentro la famiglia, capacità decisionale, autonomia, possibilità di proteggersi da relazioni abusive.
La crisi economica, dunque, non è separata dalla violenza di genere. La dipendenza materiale può costringere una donna a restare in situazioni pericolose, a non denunciare, a non andarsene, a non opporsi. Per questo rafforzare l’autonomia economica femminile non è una misura assistenziale. È una misura di sicurezza, di protezione e di potere.
Qui si vede la geoeconomia della crisi palestinese. L’economia produttiva viene schiacciata, mentre cresce l’economia della sopravvivenza: aiuti, distribuzioni, razionamenti, dipendenza da donatori, accessi negoziati. In un sistema simile, chi controlla il flusso delle risorse controlla anche i rapporti sociali. La vulnerabilità diventa governabile. Il bisogno diventa strumento politico.

Le donne umanitarie: soccorritrici dentro la catastrofe.
Una delle figure più importanti è quella delle operatrici umanitarie palestinesi. Sono donne che distribuiscono aiuti, ascoltano, raccolgono bisogni, mediano con le famiglie, proteggono altre donne, facilitano accesso ai servizi, costruiscono fiducia nelle comunità. Ma lo fanno mentre vivono la stessa crisi delle persone che assistono.
Questa è una condizione quasi insostenibile. L’operatrice umanitaria non arriva da fuori, protetta dalla distanza. Spesso ha figli sfollati, parenti feriti o uccisi, casa distrutta, paura quotidiana, difficoltà di movimento. Deve lavorare mentre sopravvive. Deve essere punto di riferimento mentre lei stessa avrebbe bisogno di sostegno. Deve ascoltare traumi che somigliano al suo trauma.
Eppure il loro ruolo è indispensabile. In contesti in cui le donne possono non sentirsi libere di parlare con operatori uomini, la presenza femminile è decisiva per raccogliere bisogni reali, denunce, paure, problemi sanitari, casi di violenza. Le operatrici e le organizzazioni femminili garantiscono accesso, fiducia, legittimità. Senza di loro, molti interventi resterebbero ciechi.
Il rapporto sottolinea che le donne umanitarie sono essenziali per erogare servizi, favorire comunicazioni sicure, protezione e fiducia comunitaria, pur muovendosi tra barriere di mobilità, stress emotivo e rischi professionali. Le organizzazioni femminili e per i diritti delle donne restano una parte fondamentale dell’infrastruttura umanitaria locale, anche se operano con fondi insufficienti e vincoli strutturali pesantissimi.

Sumud: resistenza quotidiana, non retorica.
La parola chiave è sumud: fermezza, permanenza, capacità di restare. Ma bisogna maneggiarla con attenzione. Il sumud non è una formula poetica per celebrare l’eterna sopportazione delle donne palestinesi. Non è un invito a chiedere loro di reggere ancora, sempre, comunque. È una categoria politica, sociale e morale. Significa rifiutare la cancellazione. Significa tenere insieme la famiglia, la memoria, la comunità, la lingua, l’educazione, la terra, anche quando tutto sembra progettato per spezzare quei legami.
Le donne palestinesi praticano il sumud in gesti che spesso non entrano nella grande narrazione politica: cucinare per molti con quasi niente, organizzare una fila, proteggere una figlia, curare un anziano, insegnare in una tenda, sostenere una vicina, partecipare a reti comunitarie, continuare a vestirsi con dignità, conservare documenti, fotografie, chiavi, abitudini, parole.
Ma se il sumud diventa un mito consolatorio, allora diventa ingiusto. Perché la fermezza non deve servire a nascondere la responsabilità di chi produce le condizioni della sofferenza. Le donne palestinesi non sono forti perché la sofferenza le nobilita. Sono forti perché non hanno alternative. E nessuna società dovrebbe essere costretta a trasformare la sopravvivenza in virtù permanente.

La dimensione strategica: colpire la riproduzione sociale.
Sul piano militare e strategico, la condizione delle donne palestinesi rivela un elemento fondamentale: nelle guerre contemporanee, soprattutto nei conflitti asimmetrici e prolungati, non si colpisce soltanto il nemico armato. Si colpisce la riproduzione sociale di una comunità. Case, scuole, ospedali, reti idriche, mercati, strade, campi agricoli, archivi, registri, luoghi di culto, famiglie: tutto diventa parte del campo di battaglia.
Colpire la riproduzione sociale significa rendere difficile a un popolo continuare a esistere come comunità organizzata. Significa impedire la trasmissione della memoria, della conoscenza, delle relazioni, delle competenze, della cura. In questo senso, il corpo delle donne e la loro posizione sociale diventano centrali. Non perché siano simboli astratti, ma perché su di loro grava una parte enorme della continuità collettiva.
Quando le donne non possono partorire in sicurezza, curarsi, educare i figli, lavorare, muoversi, proteggersi, partecipare alle decisioni, non viene colpita solo una categoria sociale. Viene colpita la capacità stessa della società palestinese di rigenerarsi.
Questo è il punto che la diplomazia internazionale spesso rimuove. Si parla di cessate il fuoco, corridoi umanitari, ostaggi, prigionieri, sicurezza, confini. Tutte questioni decisive. Ma se non si guarda alla vita quotidiana delle donne, si perde la misura reale della distruzione. Una guerra può finire formalmente e continuare per anni dentro i corpi, le famiglie, i traumi, le povertà, le scuole perdute, le bambine escluse, le madri esauste.

Geopolitica dell’aiuto e limiti dell’emergenza.
L’aiuto umanitario è indispensabile. Senza aiuti, molte vite sarebbero perdute. Ma l’aiuto, da solo, non risolve la questione. Anzi, se resta l’unico orizzonte, rischia di diventare parte di un sistema di gestione permanente della crisi. Si distribuisce acqua perché l’accesso all’acqua è distrutto o impedito. Si distribuisce cibo perché l’economia è collassata. Si costruiscono rifugi perché le case sono state distrutte. Si interviene sulla violenza di genere perché le condizioni materiali e sociali la moltiplicano.
Il problema non è l’aiuto. Il problema è quando l’aiuto sostituisce la politica. Quando l’emergenza sostituisce i diritti. Quando la sopravvivenza sostituisce la libertà. Quando la protezione sostituisce la giustizia.
Per questo l’approccio deve cambiare. Non basta essere “sensibili” al genere, cioè riconoscere che donne e uomini hanno bisogni diversi. Serve un approccio trasformativo: ridurre il lavoro di cura non pagato, rafforzare l’autonomia economica, garantire servizi sicuri e accessibili, coinvolgere uomini e ragazzi nel cambiamento delle norme sociali, finanziare stabilmente le organizzazioni femminili, includere le donne nei processi decisionali.
Le priorità indicate sono chiare: passare da interventi solo reattivi a interventi trasformativi; rafforzare l’accesso ai servizi essenziali con unità mobili, strutture sicure e sostegno sanitario e psicologico; affrontare la violenza di genere in modo strutturale; rafforzare l’autonomia economica femminile; finanziare e mettere al centro le organizzazioni palestinesi guidate da donne.

Il nodo finanziario: senza risorse non c’è trasformazione.
C’è poi una questione molto concreta: i fondi. Le organizzazioni femminili locali sono spesso celebrate nei discorsi internazionali, ma scarsamente finanziate nei fatti. Si riconosce loro legittimità, prossimità, competenza, accesso alle comunità. Poi però i grandi flussi finanziari passano altrove, attraverso organismi internazionali, grandi agenzie, apparati burocratici lontani dal terreno.
Questo produce una contraddizione evidente. Chi conosce meglio i bisogni delle donne riceve meno risorse. Chi ha più accesso alla fiducia comunitaria ha meno potere finanziario. Chi potrebbe rendere gli interventi più efficaci viene coinvolto tardi, poco o solo formalmente.
Secondo i dati richiamati, nella regione araba l’80 per cento delle organizzazioni femminili è stato colpito dalla riduzione dell’assistenza estera, l’82 per cento ha licenziato personale e oltre il 40 per cento prevedeva la chiusura; in Palestina, le organizzazioni locali femminili e per i diritti delle donne hanno ricevuto appena lo 0,2 per cento del finanziamento umanitario totale nel 2024.
Questo dato è politicamente enorme. Perché dice che il sistema internazionale chiede alle donne palestinesi di reggere la crisi, ma finanzia pochissimo le strutture che potrebbero sostenerle davvero. È una sproporzione che rivela il limite della retorica. Tutti parlano di centralità delle donne. Pochi trasferiscono potere reale. E nel mondo umanitario il potere reale passa anche dai fondi, dalla durata dei finanziamenti, dalla flessibilità amministrativa, dalla possibilità di programmare oltre l’urgenza delle prossime settimane.

Proteggere non basta: bisogna restituire potere.
Il punto conclusivo è netto: proteggere le donne palestinesi non basta. O meglio, è necessario ma insufficiente. La protezione senza potere può diventare paternalismo. L’assistenza senza autonomia può diventare dipendenza. La cura senza partecipazione può diventare controllo.
Bisogna restituire alle donne palestinesi capacità decisionale. Nella famiglia, nella comunità, nelle istituzioni locali, nelle organizzazioni umanitarie, nei processi politici. Non perché siano moralmente migliori degli uomini, ma perché senza di loro la risposta alla crisi è più cieca, più fragile, più inefficace.
Le donne non sono soltanto beneficiarie degli aiuti. Sono produttrici di conoscenza. Sanno quali servizi sono raggiungibili, quali luoghi sono pericolosi, quali famiglie sono isolate, quali ragazze hanno smesso di andare a scuola, quali donne non possono parlare, quali forme di aiuto funzionano e quali restano sulla carta. Escluderle significa sbagliare diagnosi e quindi sbagliare cura.
Questa è la vera lezione strategica: in Palestina la questione femminile non è un settore. È una chiave di lettura dell’intero conflitto. Mostra come l’occupazione agisca sul territorio, ma anche sui corpi. Mostra come la guerra distrugga le case, ma anche il tempo. Mostra come la fame sia biologica, ma anche politica. Mostra come l’aiuto sia necessario, ma non possa sostituire libertà, diritti e giustizia.
Le donne palestinesi non chiedono di essere trasformate in icone. Non chiedono di essere celebrate come madri eroiche, vedove resistenti, ragazze coraggiose, operatrici instancabili. Chiedono qualcosa di più semplice e più radicale: essere ascoltate come soggetti politici. Chiedono che la loro sofferenza non sia usata come immagine, ma riconosciuta come prova. Chiedono che la loro forza non diventi una scusa per abbandonarle. Chiedono che la parola resilienza non copra la parola ingiustizia.

Conclusione: la guerra contro il futuro.
La vera posta in gioco è il futuro. Non in senso astratto, ma concreto. Il futuro di una bambina che non va più a scuola. Di una madre che partorisce senza sicurezza. Di una ragazza che vive senza privacy. Di una donna che non può lavorare. Di un’operatrice umanitaria che cura gli altri mentre è ferita dalla stessa catastrofe. Di una comunità che continua a esistere perché qualcuno, spesso una donna, ogni mattina rimette insieme i pezzi minimi della vita.
In Palestina la guerra non colpisce soltanto il presente. Colpisce la possibilità stessa di immaginare il dopo. È questa la dimensione più grave. Perché un popolo può sopportare molto, ma non può vivere indefinitamente dentro una sopravvivenza senza orizzonte. E una società che chiede alle donne di reggere tutto, cioè fame, lutto, cura, paura, sfollamento, violenza, povertà, educazione, memoria, prima o poi consuma proprio coloro che la tengono in piedi.
Per questo parlare delle donne palestinesi significa parlare della Palestina nella sua verità più nuda. Non una questione accessoria, non una nota umanitaria, non una parentesi sentimentale. Ma il centro stesso della crisi: là dove la geopolitica diventa vita quotidiana, la strategia militare diventa fame, l’economia dell’emergenza diventa dipendenza, e la resistenza non è una parola da manifesto, ma il gesto silenzioso di chi, pur esausto, continua a impedire che il futuro venga definitivamente cancellato.
WeWorld Research Centre, Her Future at Risk. The Cost of Humanitarian Crises on Women and Girls. Focus. Lived Realities and Collective Action of Palestinian Women and Women-Led Organisations, rapporto realizzato da WeWorld, pubblicato nel 2026.