di Giuseppe Gagliano –
Mentre gli occhi del mondo restano puntati sulla distruzione di Gaza, un’altra guerra procede lentamente ma con effetti potenzialmente più irreversibili. Non fa rumore, non produce immagini spettacolari e non domina i social. È una guerra fatta di documenti, bulldozer, chiusure amministrative, milizie di coloni e una fitta rete di decisioni che, sommate, ridisegnano la geografia della Cisgiordania. È qui che, all’ombra del conflitto più visibile, prende forma un progetto di annessione che non ha bisogno di proclami: basta cambiare la quotidianità, sottrarre diritti, consumare un territorio pezzo dopo pezzo.
La logica è evidente: svuotare il cuore della Palestina storica, indebolire la società agricola che ne è la struttura portante, restringere lo spazio vitale delle comunità locali fino a portarle alla resa. Una strategia che unisce l’uso della forza, l’impunità giudiziaria, la manipolazione del territorio e la neutralizzazione politica dell’Autorità Nazionale Palestinese. In una parola, una colonizzazione strutturale.
La violenza dei coloni non è più episodica: è diventata, nei fatti, un braccio operativo dello Stato. Le milizie agiscono in coordinamento con l’esercito, penetrano nei villaggi, bruciano raccolti, distruggono pannelli solari, avvelenano cisterne. Una pressione continua che mira a rendere la vita impossibile ai contadini e agli abitanti delle aree rurali.
L’impunità completa rafforza il messaggio: le denunce non portano a nulla, i responsabili non vengono perseguiti. Già prima della guerra, oltre il 90% dei casi si concludeva senza incriminazioni. Con il conflitto in corso, anche le ultime parvenze di legalità sono evaporate. Il risultato economico è devastante: l’agricoltura palestinese, già fragile, viene colpita al cuore. Il controllo dell’acqua, la restrizione dei pozzi, le leggi ambientali usate come arma politica: tutto concorre a separare la popolazione dalla propria terra, cioè dalla sua base produttiva.
È una forma di guerra che colpisce la struttura economica di una comunità, indebolendone l’autonomia e aumentando la dipendenza. Una guerra geoeconomica, combattuta non solo con la forza, ma con la privazione sistemica delle risorse essenziali.
Alla violenza fisica si affianca una strategia ancora più pericolosa: l’annessione legale. L’archeologia trasformata in strumento politico diventa il veicolo per trasferire vaste aree dalla gestione militare a quella civile israeliana. Dichiarare un’area “parco nazionale” o “sito archeologico” consente di congelare qualsiasi attività palestinese e di imporre una narrazione storica univoca, che esclude ogni riferimento al passato multiforme della regione.
Attraverso questi passaggi amministrativi, la Cisgiordania smette, nei fatti, di essere territorio occupato e diventa un’estensione della sovranità israeliana. Una ridefinizione del diritto che, senza clamore, modifica lo scenario politico e mina ogni prospettiva di autodeterminazione.
Le implicazioni geopolitiche sono profonde: mentre il mondo discute del “giorno dopo” a Gaza, la realtà concreta è che la Cisgiordania viene integrata gradualmente in un’unica entità statuale. Un modello a uno stato che, nella pratica, riconosce pieni diritti solo a una parte della popolazione, relegando l’altra in enclavi prive di continuità territoriale e incapaci di sostenersi autonomamente.
La neutralizzazione dell’ANP è un’altra colonna della strategia. Svuotata finanziariamente, privata delle proprie entrate fiscali, bypassata attraverso accordi diretti tra Israele e leader locali, l’Autorità perde autorità e coesione interna. È la logica classica del divide et impera: frammentare la rappresentanza politica, trasformare un conflitto nazionale in una somma di emergenze locali, ridurre la questione palestinese a un mosaico di casi umanitari.
La destabilizzazione istituzionale diventa così lo strumento per giustificare ulteriori misure di controllo. Più l’ANP appare debole e disfunzionale, più viene presentata come incapace di governare, aprendo la strada a un ampliamento dell’amministrazione israeliana.
Il dato più sorprendente, forse, è la quasi totale assenza di reazione internazionale. Il mondo guarda Gaza, ma non vede la Cisgiordania che cambia forma sotto la superficie del conflitto. L’assenza di pressione diplomatica consente a Israele di avanzare senza ostacoli in un progetto che non è certo nato oggi: la cancellazione, pezzo dopo pezzo, di qualsiasi base territoriale per uno Stato palestinese.
In questo silenzio cresce una realtà che rischia di diventare irreversibile: un territorio svuotato, un’economia agricola spezzata, un popolo spinto verso l’esilio interno o oltre il Giordano. Una soluzione di fatto che supera quella dei due stati senza mai dichiararlo.
Finché non si riconoscerà questo processo nella sua dimensione strutturale, parlare del futuro di Gaza sarà esercizio sterile. Perché la vera trasformazione avviene altrove, sulle colline della Cisgiordania, dove la colonizzazione procede metodica, invisibile, capace di riscrivere la storia con la forza della demografia, del diritto e dell’economia.
È lì che si decide il domani del conflitto. È lì che il silenzio del mondo fa più rumore delle bombe.




