di Giuseppe Gagliano –
Le incursioni simultanee delle forze israeliane nelle università di Birzeit e al-Quds raccontano più di un semplice aumento delle operazioni di sicurezza in Cisgiordania. Colpire il cuore accademico palestinese significa toccare uno dei pochi spazi rimasti per organizzazione civile, dissenso politico e identità nazionale. In un contesto già segnato dall’offensiva a Gaza, dall’escalation settentrionale con il Libano e dal deterioramento della situazione interna in Cisgiordania, l’azione ha un chiaro valore politico.
All’alba del 9 dicembre i militari israeliani hanno fatto irruzione nel campus di Birzeit, arrestando sei membri del personale di sicurezza. Poco dopo, un’altra squadra ha colpito l’università al-Quds, mentre in tutta la Cisgiordania sono stati detenuti quaranta palestinesi. Interrogatori sul campo, perquisizioni, aggressioni: un clima di pressione crescente che investe non solo i gruppi armati, ma l’intera società civile.
Le università palestinesi sono da decenni luoghi di dibattito politico e organizzazione comunitaria. Entrarvi con truppe e mezzi significa lanciare un messaggio: nessun luogo è off-limits.
Secondo le associazioni palestinesi, oltre 9.250 persone sono oggi nelle carceri israeliane, più di un terzo senza accuse formali. La detenzione amministrativa è diventata lo strumento chiave per gestire un territorio che Israele considera instabile e potenzialmente insurrezionale. Dal punto di vista strategico, è una politica che mira a prevenire la formazione di reti politiche organizzate; dal punto di vista politico, è un sistema che annulla i confini tra attivismo, dissenso e minaccia alla sicurezza.
Mentre i raid colpivano le università, i coloni intensificavano le aggressioni: il rapimento di un agricoltore a Nahalin, incendi di veicoli e case a Masafer Yatta, slogan razzisti sui muri. Per mesi, secondo l’OCHA, gli attacchi sono stati quotidiani. Questo secondo fronte, non ufficiale ma tollerato, crea un clima di intimidazione che moltiplica gli effetti delle operazioni dell’esercito. È una forma di pressione parallela che altera gli equilibri demografici e sociali, spinge intere comunità a lasciare le zone rurali e crea nuove realtà “di fatto” sul terreno.
L’irruzione del giorno prima negli uffici dell’UNRWA a Gerusalemme Est è un ulteriore segnale della volontà di Israele di ridefinire unilateralmente i limiti della sua presenza nei territori occupati. Sequestrare beni delle Nazioni Unite e sostituire la bandiera dell’ONU con quella israeliana è un gesto simbolico di enorme peso: afferma che nessuna istituzione internazionale è immune da pressioni, neppure quelle che svolgono funzioni essenziali come la distribuzione di aiuti e assistenza sanitaria.
Ieri Israele ha annunciato la riapertura del valico di Allenby al traffico commerciale, dopo mesi di chiusura. Una decisione presa su pressione statunitense, consapevoli che quel punto di passaggio è vitale non solo per i palestinesi, ma anche per il flusso degli aiuti diretti a Gaza.
Washington sta cercando di tenere insieme due linee: sostenere Israele militarmente e diplomaticamente, ma evitare un crollo umanitario che metterebbe in crisi tutta la regione. Ammorbidire il blocco commerciale è un modo per mostrare che un percorso di de-escalation è ancora possibile, almeno sul piano logistico.
Colpire le università in Cisgiordania non serve a modificare l’andamento della guerra a Gaza, né a prevenire attacchi immediati. Serve invece a indebolire i luoghi in cui la società palestinese produce élite politiche, intellettuali e professionali. Serve a contenere una generazione giovane, istruita, collegata ai movimenti studenteschi e spesso protagonista delle mobilitazioni contro l’occupazione.
In un momento in cui l’Autorità Palestinese è più debole che mai, e Hamas cerca di accreditarsi come alternativa, Israele punta a impedire la ricomposizione di un fronte politico palestinese autonomo. Le università sono l’ultimo spazio dove questo può ancora accadere.
Le aggressioni dei coloni, l’erosione degli spazi civili, i raid militari e la crisi nelle istituzioni internazionali convergono in uno scenario che destabilizza ulteriormente la Cisgiordania. Il rischio è un’escalation lenta, diffusa, non spettacolare come quella di Gaza ma capace di produrre effetti duraturi: frammentazione territoriale, desertificazione delle comunità rurali, sfiducia crescente nelle istituzioni palestinesi, aumento del radicalismo.
Per ora, la riapertura del valico di Allenby è l’unica notizia che va nella direzione opposta. Ma è un gesto tecnico in un quadro politico che continua a spingersi verso la chiusura e la coercizione. Senza un cambio di strategia ,e senza un interlocutore palestinese realmente legittimato, il rischio è che ogni mese si ripeta lo stesso schema: raid, arresti, reazioni internazionali, status quo. Un ciclo che non produce sicurezza e non produce pace, ma solo normalizza l’eccezione.




