di Giuseppe Gagliano –
Con una dichiarazione che ha immediatamente acceso le reazioni internazionali, Emmanuel Macron ha annunciato che la Francia riconoscerà ufficialmente lo Stato di Palestina. Un annuncio atteso, ma tutt’altro che scontato, che sarà formalizzato nel corso dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre. Parole forti, che si inseriscono in un contesto geopolitico delicatissimo e che pongono Parigi in prima fila tra i promotori europei di una soluzione diplomatica alla questione israelo-palestinese. Ma cosa c’è realmente dietro questo annuncio? È il preludio a un cambio di paradigma o una mossa simbolica in un equilibrio regionale sempre più instabile?
La scelta francese non arriva in un vuoto politico. Già nel 2024, diversi Paesi europei – tra cui Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia – avevano riconosciuto la Palestina dopo l’ennesima guerra su Gaza. Ma la Francia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e unica potenza del G7 ad aver preso questa decisione, rappresenta un salto di qualità diplomatico. Macron ha voluto legare il riconoscimento a precise condizioni: uno Stato palestinese smilitarizzato, che riconosca Israele e che contribuisca alla stabilità regionale. Non uno Stato “contro” Israele, dunque, ma “accanto” a Israele. Una visione che ricalca, almeno in apparenza, il classico paradigma della “soluzione a due Stati”, ormai da tempo logorato dalla realtà dei fatti.
Questo annuncio non nasce all’improvviso. Parigi aveva già previsto una conferenza internazionale sulla Palestina, co-organizzata con l’Arabia Saudita per giugno 2025, rinviata poi a fine luglio a causa del conflitto tra Israele e Iran. La nuova data (28-29 luglio) vedrà la conferenza svolgersi presso le Nazioni Unite. Ma, fatto non secondario, gli Stati Uniti hanno fatto sapere che non vi parteciperanno. Le fonti palestinesi si attendono dalla conferenza impegni concreti: sia sotto il profilo finanziario che sul piano delle pressioni diplomatiche verso Israele. Riad, dal canto suo, ha ribadito che non riconoscerà Israele senza un percorso credibile verso uno Stato palestinese. Un avvertimento diretto a Washington e a Tel Aviv, ma anche un segnale della crescente assertività saudita nella regione.
La decisione di Macron è stata accolta con entusiasmo da Ramallah. Il vicepresidente palestinese, Hussein al-Sheikh, ha parlato di una telefonata con il ministro degli Esteri saudita, ringraziando il Regno per il sostegno al riconoscimento. E lo stesso presidente Mahmoud Abbas ha voluto rafforzare l’immagine di moderazione palestinese, chiedendo la smilitarizzazione di Hamas e il ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza. Non solo: Abbas ha anche condannato – per la prima volta formalmente – l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Una presa di posizione che sembra costruita su misura per facilitare il dialogo con l’Occidente.
Tutt’altra la reazione di Israele. Il premier Benjamin Netanyahu ha definito la decisione di Macron “una ricompensa al terrore”, evocando il rischio che uno Stato palestinese diventi una “base iraniana”, come già accaduto a Gaza. Secondo Netanyahu, i palestinesi non vogliono uno Stato accanto a Israele, ma “al posto” di Israele. Anche il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha criticato aspramente l’iniziativa francese, definendola “sconsiderata”. Un’opposizione netta, che lascia presagire nuovi attriti tra Parigi, Washington e Tel Aviv.
L’uscita di Macron va interpretata anche alla luce del tentativo francese di recuperare influenza nella regione mediorientale, dopo il ridimensionamento del ruolo francese in Africa e il crescente protagonismo di Italia, Turchia e Arabia Saudita nel Mediterraneo. In un contesto segnato dal declino dell’egemonia americana e dalla progressiva frammentazione dell’ordine internazionale, la Francia cerca di rilanciare il proprio peso attraverso iniziative simboliche ma altamente mediatizzabili.
Il riconoscimento della Palestina è un gesto che può rafforzare i legami con il mondo arabo, presentare la Francia come attore autonomo rispetto agli Stati Uniti e porsi come mediatrice credibile in una crisi senza sbocchi da oltre 70 anni. Ma resta il dubbio che si tratti, ancora una volta, di una diplomazia della parola, priva di strumenti concreti per incidere realmente sui rapporti di forza in Medio Oriente.
Nel bilancio finale, il riconoscimento della Palestina da parte della Francia appare come un gesto fortemente politico, più che operativo. In un momento in cui i negoziati sono al palo, la guerra su Gaza prosegue e le tensioni con l’Iran restano altissime, il gesto francese rischia di restare isolato e di inasprire ulteriormente le relazioni con Israele e Stati Uniti. Tuttavia, offre anche uno spiraglio: quello di una nuova configurazione geopolitica in cui l’Europa, spinta da attori come Francia e Spagna, possa ritagliarsi un ruolo più attivo nel Mediterraneo e oltre.
Che sia una mossa strategica di lungo periodo o un’iniziativa di facciata, dipenderà ora dalla coerenza con cui Parigi saprà trasformare la dichiarazione in azione diplomatica, e dalla sua capacità di costruire alleanze politiche capaci di sostenere un cambiamento reale.












