di Giuseppe Gagliano –
L’incontro tra Emmanuel Macron e Mahmoud Abbas all’Eliseo segna un punto di svolta nella politica mediorientale della Francia. A due mesi dal riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina, Parigi rilancia creando un comitato congiunto franco-palestinese incaricato di redigere la futura Costituzione palestinese. Un gesto di alto valore simbolico, ma dalle implicazioni politiche complesse: dietro la retorica della pace, si intravede la volontà francese di ridefinire il proprio ruolo nella regione, anche a costo di irritare Tel Aviv e alcuni partner europei.
Macron ha accolto Abbas con la promessa di un sostegno concreto alle riforme istituzionali palestinesi e all’organizzazione di elezioni “entro un anno”. Ha condannato con fermezza la colonizzazione israeliana in Cisgiordania, ribadendo che qualsiasi progetto di annessione costituirebbe una “linea rossa” per l’Europa. Parole che hanno entusiasmato i movimenti pro-palestinesi ma suscitato preoccupazione tra le cancellerie occidentali: il presidente francese appare sempre più deciso a perseguire una diplomazia autonoma, che molti definiscono post-occidentale, ma che rischia di isolare la Francia nel contesto atlantico.
Durante il colloquio, Mahmoud Abbas ha dichiarato che il movimento Hamas non avrà “alcun ruolo di governo” nella Striscia di Gaza, proponendo la creazione di una forza multinazionale, sostenuta anche da Parigi, per garantire la sicurezza. Tuttavia, molti analisti considerano queste parole più simboliche che operative: l’Autorità palestinese, indebolita e contestata, fatica già a mantenere il controllo sulla Cisgiordania. In questo contesto, il “comitato costituzionale” sembra più un’operazione d’immagine che un passo reale verso la costruzione di uno Stato sovrano.
L’ambasciata israeliana a Parigi ha duramente criticato l’iniziativa, definendola “unilaterale” e “pericolosa per la stabilità del processo di pace”. Israele teme che la Francia voglia imporsi come mediatore alternativo agli Stati Uniti, rompendo l’equilibrio che finora ha garantito una gestione condivisa del dossier palestinese. L’annuncio di un contributo francese di 100 milioni di euro a Gaza per il 2025 ha ulteriormente alimentato la percezione di un orientamento filo-palestinese, che potrebbe minare la tradizionale cooperazione tra Parigi e Tel Aviv nel campo della sicurezza e dell’intelligence.
Con questa mossa, Macron sembra voler riaffermare la Francia come potenza mediatore nel Mediterraneo e nel mondo arabo, in un momento in cui Washington appare più concentrata sull’Asia e sull’Ucraina. Tuttavia, la scelta di sostenere apertamente la causa palestinese senza un dialogo diretto con Israele espone Parigi a un duplice rischio: perdere credibilità presso i partner europei più vicini alle posizioni israeliane e indebolire il proprio peso nei tavoli diplomatici globali.
La “costituzione palestinese made in Paris” potrebbe restare una promessa irrealizzata, ma riflette l’ambizione di Macron di proiettare la Francia come forza morale in un Medio Oriente in piena trasformazione. Una strategia idealista, forse, ma non priva di calcoli politici: presentarsi come architetto della pace quando altri attori, cioè Stati Uniti, Arabia Saudita, Turchia, agiscono sul piano militare o economico. Resta da capire se questa scommessa contribuirà davvero alla costruzione di uno Stato palestinese o se segnerà soltanto un nuovo episodio di isolamento diplomatico per la Francia.












