
di Giuseppe Gagliano –
A Davos la Striscia di Gaza è stata trattata come un foglio bianco: grattacieli sul mare, città pianificate, poli industriali e centri dati, una costa convertita a turismo, una ricostruzione “impeccabile” sotto un cappello politico chiamato Board of Peace. Il problema è che Gaza non è un terreno edificabile: è un campo di forze. E quando la politica prova a sostituire la geografia, la realtà presenta il conto.
Il progetto, così come raccontato, ha due anime. La prima è estetica e finanziaria: immagini generate dall’intelligenza artificiale, promesse di investimenti e una retorica da grande trasformazione, in cui dalle macerie dovrebbe nascere “una nuova Gaza”. La seconda è securitaria: smilitarizzazione, governance “corretta”, controllo delle armi. In mezzo c’è una contraddizione enorme: la ricostruzione viene proposta mentre sul terreno restano divisioni territoriali, controllo militare, sfollamento di massa e un equilibrio politico interno palestinese ancora irrisolto.
La struttura disegnata dall’amministrazione statunitense appare ipertrofica: un Board of Peace a guida americana con ambizioni che vanno oltre Gaza, un comitato esecutivo, e poi il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, tecnocratico, palestinese, incaricato di gestire la transizione e i servizi essenziali. Il rischio non è solo la complessità: è la catena di comando. Troppe cabine di regia, troppi livelli, troppe responsabilità indefinite. In queste architetture la politica locale spesso non viene “rafforzata”: viene neutralizzata.
La figura dell’alto rappresentante e la presenza di personalità internazionali servono a dare credibilità esterna, ma possono produrre l’effetto opposto all’interno: l’idea che la Palestina sia amministrata come un dossier, non come una comunità politica. E quando la rappresentanza è percepita come eterodiretta, la tenuta del progetto si riduce a una cosa sola: la coercizione. Che è il contrario della ricostruzione.
Dal punto di vista economico, il piano assomiglia a una narrazione da attrazione di capitali: turismo costiero, manifattura avanzata, data center, logistica, aeroporto. Ma la ricostruzione in un territorio conteso non segue la logica del mercato: segue quella delle garanzie politiche e della sicurezza. Senza un quadro stabile su confini, valichi, merci, energia e regime doganale, qualsiasi “Gaza hub” resta un render.
In più, la geografia proposta – costa al turismo, est all’industria, sud alla logistica – non è neutra: produce una Gaza segmentata, dove le aree residenziali risultano compresse e separate dalle linee di accesso e dalle fasce strategiche. È una configurazione che assomiglia più a un dispositivo di controllo che a una città vivibile. E questo, per chi dovrebbe finanziarla, è un rischio reputazionale e politico: investire in un territorio percepito come “normalizzato” dall’esterno mentre il conflitto resta aperto significa legare capitale e immagine a un equilibrio instabile.
La fase due del cessate il fuoco si schianta su due rifiuti speculari: Hamas non vuole disarmare, Israele non vuole ritirarsi dalle posizioni acquisite lungo la linea di separazione. Qui sta il vero perno strategico: senza disarmo non c’è smilitarizzazione; senza ritiro non c’è un’autorità palestinese effettiva sul territorio. In questa impasse, parlare di cantieri in aree controllate militarmente significa trasformare la ricostruzione in un’estensione della linea del fronte.
C’è poi un punto tecnico-politico: se la ricostruzione parte da aree dietro le linee israeliane, il messaggio regionale diventa inevitabilmente “prima si consolida il controllo, poi si costruisce”. È esattamente ciò che i Paesi arabi temono: che la ricostruzione sia la copertura di un assetto permanente. E se quella percezione si radica, il flusso di fondi e la cooperazione regionale diventano intermittenti, condizionati, revocabili.
Il Board of Peace è, in filigrana, un modello esportabile: un organismo a guida statunitense che supervisiona ricostruzione e sicurezza, con ambizioni dichiarate di estendersi “ad altro” se funziona. Gaza diventa così un banco di prova di una governance selettiva: meno multilateralismo classico, più direzione politica concentrata. È una scelta che rafforza Washington come regista ma apre una frattura: chi decide cosa sia “successo”? E a quali condizioni?
Geoeconomicamente, l’idea dei data center e dell’industria avanzata inserisce Gaza nella competizione per infrastrutture digitali e catene del valore. Ma anche qui torna la domanda di base: chi controlla energia, cavi, sicurezza fisica, valichi e regole? Senza sovranità funzionale, l’economia digitale diventa dipendenza digitale. E in Medio Oriente la dipendenza non è mai neutra: è una leva.
La parte più inquietante è che, mentre Gaza occupa la scena, la Cisgiordania scivola verso un punto di non ritorno: espansione degli insediamenti, restrizioni, violenza dei coloni, annessione di fatto. Se Gaza viene “amministrata” dall’alto e la Cisgiordania viene “mangiata” dal basso, la prospettiva di uno Stato palestinese non si riduce: evapora. E quando la soluzione politica evapora, restano solo gestione umanitaria e sicurezza. È il terreno ideale per cicli infiniti di crisi.
Il “master plan” è un racconto potente, perché parla il linguaggio della modernità: città nuove, tecnologia, investimenti, ordine. Ma Gaza oggi parla il linguaggio della sopravvivenza: tende, macerie, sfollati, valichi, armi, legittimità. Se non si scioglie il nodo politico e militare, la ricostruzione rischia di diventare un miraggio operativo: utile per la comunicazione, insufficiente per la storia.
La domanda vera non è “come sarà Gaza tra dieci anni”, ma “chi eserciterà potere a Gaza domani mattina”. Senza risposta a questo, i grattacieli restano solo una proiezione.











